I segreti dell'Oratorio di S. Domenico a Carenno (BG)

                                                                (la chiesina dei Morti)
                                                                          
                                                                     (Marisa Uberti)
                                                                         
 
                                                                         Presentazione della ricerca

 

1. Breve introduzione su concetto e rappresentazione della Danza Macabra

2. Obiettivo della presente ricerca

3. Breve excursus storico - geografico dei luoghi oggetto della trattazione: la Valle San Martino e il paese di Carenno (LC)

4. L’Oratorio di San Domenico o chiesina dei Morti a Carenno

5. La peste del 1630 e la devozione a San Domenico di Gusmán a Carenno

6. La Morte e la Vanitas a Carenno: gli scheletri-guida (Virtù Cardinali) e gli scheletri-uomo

7. L’enigmatica  Meridiana interna

8. Recenti scoperte: graffiti e incisioni sugli stipiti delle finestre, testimoni di riflessione popolare sul tema della Morte

 

1. Nell’Occidente cristiano le prime rappresentazioni pittoriche delle Danze macabre si datano agli inizi del XV secolo, ispirate dalla peste nera che nel secolo precedente aveva flagellato l’Europa. Il termine Danse Machabré deriverebbe da un cambiamento linguistico delle Danze dei Maccabei (Chorea Machabaeorum), tenute in ambienti ecclesiastici e che ricordavano l’eroico sacrificio dei sette fratelli Maccabei. Arricchitesi, nel tempo, di frasi ad effetto e dalla presenza di un figurante che impersonificasse la Morte e che interagisse con i partecipanti, queste rappresentazioni sacrali erano finalizzate a materializzare il concetto di ineluttabilità della morte, qualunque fosse il ceto degli individui. Alla fine del XII secolo il monaco cistercense Hélinand de Froidmont compose una "filastrocca di morte" intitolata Les Vers de la Mort (I Versi della Morte, ma vers significa anche  "versi",  allusione calzante), che sostanzialmente anticipò i temi tipici delle Danze macabre, le quali iniziarono a diffondersi nell’arte pittorica alla fine del Medioevo; a tale periodo si ascrive quella del Cimitero degli Innocenti di Parigi, risalente al 1425 e purtroppo distrutta nel 1669. Da allora in avanti l’intento moralizzante, la forza iconografica e simbolica delle Danze Macabre non ha smesso di interessare artisti e committenti. 

2. Questa trattazione mira a conoscere meglio la religiosità popolare sviluppatasi attorno alla Chiesina dei Morti di Carenno (LC), propriamente denominata Oratorio di San Domenico, sulle cui pareti interne si sviluppa un ciclo pittorico sul filone artistico della Vanitas. La particolarità di queste raffigurazioni è che sembrano essere le uniche in tutta la provincia di Lecco. Più che di danza macabre siamo davanti alla raffigurazione di teschi e scheletri, singoli e in coppia, intenti in azioni o associati ad oggetti simbolici come una bilancia, una spada, un rosario, una lancia. L’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi di Bergamo ha fornito un’interpretazione interessante di queste raffigurazioni, che sarebbero un particolarissimo caso in cui le Virtù Cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza) sono rappresentate dagli scheletri stessi, che avrebbero la funzione di scheletri-guida nei confronti degli scheletri- uomo. Tra le canoniche allegorie delle quattro Virtù presenti nella Diocesi bergamasca queste si distinguono come unicum. C’è da chiedersi come mai in un piccolo borgo valligiano si trovi questa unicità…

3. La Valle San Martino è un anfiteatro naturale che affaccia sulla parte distale del lago di Lecco, dove questo declina a fiume Adda. Per la posizione strategica, nel passato la valle ha costituito una cerniera tra Venezia e Milano, qualificandosi come terra di mezzo o di confine e ancora oggi è il punto di incontro di  due ambiti territoriali. E’ costituita da nove comuni, tre in provincia di Bergamo (Pontida, Caprino e Cisano Bergamasco) e sei in quella di Lecco (Calolziocorte, Carenno, Erve, Monte Marenzo, Torre de' Busi e Vercurago). Il territorio della Val San Martino, estendendosi per circa 64 km, offre una varietà di paesaggi di ancestrale bellezza. Tramite il Passo del Pertus, lungo il versante lecchese della dorsale orobica, questa vallata comunica con la Valle Imagna. La mulattiera Carenno - Pertus costituì, infatti, una delle principali direttrici intervallive in quanto metteva in comunicazione l’alta Valle San Martino con la Valle Imagna. La tradizione vuole che il Passo sia stato aperto dagli Spagnoli durante la guerra tra Francesi e Austriaci; nel vico Sasso sulla sommità del Passo, è scolpita una croce con inciso l’anno 1708[1]. Il toponimo della valle (certo dal 1359) deriverebbe secondo alcuni dalla presenza della Chiesa di San Martino di Calolziocorte mentre altri ritengono derivi dall’antico "Pagus Martius"[2], villaggio dedicato a Marte, dio della guerra, organizzazione distrettuale caratteristica dei Liguri, qui probabilmente stanziati; molti autori (dal 1500) appellarono questa valle "Vallis Martia". C’è da ritenere che i culti considerati pagani avessero radicato in profondità e furono estirpati con fatica. La Valle San Martino appartenne ecclesiasticamente, fin dall’arrivo del Cristianesimo,  alla Diocesi Ambrosiana ed era divisa tra i "pagi" di Garlate e di Brivio[3]. I pagi, in epoca cristiana, furono trasformati in pievi, mantenendo le loro unità primitive e i vescovi poterono spingere le loro diocesi fino ai confini dei Municipi, ma soltanto fin dove terminavano le pievi che avevano il centro nei territori cittadini[4]. La Valle San Martino, come Bergamo e il suo territorio, dal 1332 furono occupati dai Visconti di Milano ma in seguito alla Pace di Lodi (9 aprile 1454) stipulata tra Milanesi e Veneziani, la Valle passò sotto il governo della Repubblica Veneta. A livello ecclesiastico, nel 1578 San Carlo Borromeo spostò la sede di Garlate a quella di Olginate. Il 30 Aprile 1787 venne firmato a Milano un documento che sanciva l’unitarietà tra i confini religiosi e civili, alla presenza dell’arcivescovo Filippo Visconti di Milano e del vescovo di Bergamo, Giovanni Paolo Dolfin. Con l’arrivo di Napoleone Bonaparte, la Valle S. Martino venne staccata dalla Serenissima e fu legata alla Repubblica Cisalpina. In verità Napoleone, abolendo il Dipartimento di Bergamo e istituendo il Dipartimento del Serio, abolì anche le valli, compresa quella di S. Martino. Dopo il subentrato governo austriaco nel 1815 (Regno Lombardo - Veneto), i territori che compongono la Valle passarono sotto il neonato Regno d’Italia (1859). Nel 1992 venne istituita la provincia di Lecco e ben sei dei nove comuni che appartenevano alla Valle S. Martino entrarono nella nuova entità amministrativa e tutt’oggi fanno parte della Comunità Montana del Lario Orientale. Tra di essi Carenno, posto nella Val San Martino a 635 metri s. l. m.; fino al 1992 appartenne però alla provincia di Bergamo. Collocato sull’orlo di un ampio terrazzo a vista sul fiume Adda, è considerato un insediamento "misto" tra quelli di monte e quelli collinari. Originariamente aveva una struttura urbana compatta, percorsa da una ripida direttrice principale la quale faceva dipartire degli interassi paralleli che consentivano di raggiungere le varie quote del paese.

Carenno ha due frazioni, Boccio e Colle di Sogno, e vi si distinguono le località di Ca’ d’Assa, Forcella Alta, Montebasso, Pertus. Erano forse, un tempo, stazioni di servizio (usate come depositi, fienili, ricoveri per animali). Il paese ha circa 1400 abitanti e conserva la sua impronta medievale, contadina e montana. Le prime notizie dell’abitato sono contenute in una pergamena del Settembre 985 d.C.[5] la quale lo attesta già come "vico" avviato in stretto rapporto con le altre comunità della valle. Carenno offre un'interessante scenografia paesaggistica che rende possibili brevi escursioni di carattere naturalistico; è arroccato intorno alla vecchia parrocchiale dei Santi Pietro e Biagio e alla torre detta di Tuzzano Rota[6]. Essendo dotata di un castello, la località era molto importante, anzi si configurava come il principale presidio dell’Alta Valle, al tempo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini. La prima chiesa di Carenno fu consacrata il 14 Settembre 1490. Faceva capo alla pieve di S. Stefano di Garlate, che era stata la prima chiesa stabilita nella Valle (alle dipendenze dell’Arcidiocesi di Milano), retta da un preposto. Altri sacerdoti portavano il vangelo nei villaggi , i quali iniziarono a dotarsi di cappelle per i riti domenicali[7]. Le testimonianze della fede popolare a Carenno sono esigue perché negli anni ’60 del XX secolo molto materiale è andato distrutto. Sicuramente il borgo seguì nei secoli le vicende della Pieve di Garlate. Esistevano numerose cappelle lungo i sentieri di collegamento tra le varie frazioni, talune tutt’oggi esistenti. Tali cappelle o edicole votive costituivano anche luoghi di incontro durante le soste o rifugio durante i temporali. Ricordiamo la Cappella dei Morti, la Cappella di Via Baraccano, la Cappella tra Carenno e Colle di Sogno (XIX secolo), la Cappella tra Carenno e Moioli (1893), dedicata alla Madonna. Nel 1784 la parrocchia di Carenno passò da quella di Milano alla Diocesi di Bergamo. Il paese fu reso celebre dalle illustri figure del patriota Gabriele Rosa[8] (1812-1897), del medico Lorenzo Rota (1818 - 1855, famoso per i suoi studi botanici), del sacerdote e giornalista Davide Albertario[9] e del filosofo metafisico Gustavo Bontadini (1903 – 1990). Interessante risulta la località di Colle di Sogno, un compatto nucleo di edifici rustici abbarbicato sul crinale della montagna a quasi mille metri di altitudine. Nel centro del paese è situato l’interessante Museo Ca' Martì, che documenta la storia, la memoria, la vita e il lavoro dei muratori di Carenno e della Val San Martino tra XIX e XX secolo, ben testimoniato dall'imponente nuova chiesa parrocchiale dell'Immacolata, principiata nel 1911. Al Museo è collegato un percorso che conduce ai luoghi e ai segni legati al lavoro dei muratori (edifici, nuclei, cave).

4. Lungo il sentiero che conduce al Passo di Pertus sorge l’Oratorio di S. Domenico, che appartiene alla diocesi di Bergamo. E’ conosciuto anche come "Chiesina dei Morti", perché fu costruito per onorare i morti di peste. Nel 1629 -‘30, infatti, a causa del morbo pestifero morirono 115 persone su una popolazione di 576 abitanti. I cadaveri vennero sepolti in massa ai piedi del Monte Pertus dove probabilmente esisteva una Cappella del XIV secolo, la quale divenne un ossario. Su questo luogo di culto venne poi eretto l’attuale Oratorio dedicato a San Domenico di Gusmán. Vi si officiavano le solenni festività di Pentecoste, di San Domenico, dell’Addolorata e le celebrazioni dell’ultimo giorno dell’Ottavario dei Morti. Preceduto da un elegante protiro, il monumento si compone di un’aula absidata e una sacrestia. Il suo fiore all’occhiello è la presenza del particolare ciclo pittorico a tema "Memento Morii" all’interno, che risulta essere un rarissimo esempio (se non l’unico del genere) della provincia di  Lecco. Le pitture murali sono ascrivibili ad un artista di ambito lombardo del XVIII secolo (1750 - 1774), rimasto tuttora ignoto. Non si tratta di affreschi ma pitture a tempera su intonaco e hanno sempre avuto un forte impatto sui fedeli, tanto che questi ultimi hanno lasciato, nel tempo, delle riflessioni e invocazioni incise sugli stipiti delle finestre e anche sulle pareti.

5. L' Oratorio di San Domenico, conosciuto popolarmente come "Chiesetta dei Morti", sorge nei pressi di un luogo identificato come quello della sepoltura degli appestati deceduti tra il 1629 e il 1632 e per tale ragione fu appellato "Valletta dei Morti di Carenno". E’ incastonato in una scenografia naturale di grande bellezza e suggestione, con la corona delle montagne a fare da riparo e l’acqua del torrente che tintinna ai suoi piedi. Elevato su un poggio, il tempio incute rispetto ed emana un alone di mistero. Per raggiungere l’entrata bisogna salire una gradinata che si apre dietro una pesante cancellata su cui campeggiano le due lettere greche simbolo del messaggio Cristico: Alfa e Omega, l’Inizio e la Fine dei Tempi, in un ciclo incessante di Morte e Rinascita. Caducità terrena ed eternità in Dio. Nulla muore se non vive e nulla vive se non si muore. Sembra un gioco di parole eppure il significato di queste due lettere forgiate nel ferro del cancello esterno è di notevole profondità spirituale. Sopra il cancello si staglia il Chrismon (Chi (X) – Rho (P), Monogramma Costantiniano[10] meglio noto come Monogramma Cristico (che indica il Cristo, l’unto, l’iniziato, il prescelto o l’eletto). Superata la soglia della cancellata, si inizia l’ascesa verso il tempio dei morti. E’ incerto se esistesse già un edificio di culto medievale, ma il nuovo oratorio venne eretto nel 1730. La peste arrivò nella valle San Martino il 24 Novembre 1629, in seguito alla discesa dei Lanzichenecchi (28.000 fanti e oltre 7.000 cavalli che facevano parte dell’esercito mercenario al servizio dell’imperatore Ferdinando II). Costoro, provenendo da Nord, dovevano raggiungere Mantova passando per i territori del Ducato di Milano[11]. Il confine tra quest’ultimo e i domini della Repubblica Veneta era rappresentato dal fiume Adda; a Lecco i Lanzichenecchi si trovarono così ad affrontare l’ultimo e unico guado sull’Adda, rappresentato dal Ponte Azzone Visconti, realizzato tra il 1336 e il 1338, considerato una porta strategica da nord verso Milano. Nei territori della Serenissima vigevano rigide regole sanitarie, tuttavia il primo caso di peste si ebbe a Foppenico, come narrano le cronache, e la morìa si estese velocemente nelle vicine Somasca, Rossino e, in breve, in tutta la valle, arrivando a Bergamo e a Venezia. Questo propagarsi si deve imputare in massima parte all’ingenuità delle povere genti valligiane che, sottoposte a maggiori restrizioni imposte dal governo veneto e a corto di approvvigionamenti, eludevano arbitrariamente il confine durante la notte, andando a trovare parenti morti o per ricevere aiuti. In tal modo alcune persone si resero inconsapevolmente veicolo del terribile contagio che mieté, soltanto a Carenno, 115 vittime (su una popolazione di 576 abitanti) mentre nell’intera Valle San Martino vi furono 3.053 decessi su 6.940 abitanti[12]. Di fronte ad una simile catastrofe umanitaria, come dovette essere percepita dai superstiti, la popolazione pensò anche ad una punizione divina o all’opera del demonio, da esorcizzare con preghiere e invocazioni alla Madonna, a Gesù Cristo e ai Santi. Si moltiplicarono edicole votive, cappelle, oratori campestri dove poter recitare il Santo Rosario, considerata una pratica efficace in tempi di carestie ed epidemie. Gli appestati deceduti venivano sepolti lontano dai luoghi urbani, in fosse comuni o singole, a seconda della possibilità e dell’impervietà di un luogo. Per non dimenticare, la devozione popolare mantenne viva la memoria del flagello erigendo tempietti.

L’Oratorio dei Morti di Carenno fu dedicato a San Domenico di Gusmàn, al quale viene attribuita la nascita del Santo Rosario[13]. S. Domenico (1170 ca - 1221) fondò l’Ordine dei Frati Predicatori, in seguito chiamati Domenicani. La diffusione della recita del Santo Rosario conobbe il suo apice negli anni della Controriforma per contrastare il Protestantesimo e ne è un’evidenza il proliferare di santuari mariani specialmente nelle terre dell’arco alpino, confine tra due < religiose. San Carlo Borromeo (1538-1584) promosse, dal canto suo, la nascita delle Confraternite del S. Rosario in tutta la Diocesi di Milano, alla quale appartenevano anche i paesi della Val San Martino, a quel tempo. Infatti nelle parrocchie valligiane sorsero tali confraternite, insieme alla devozione verso S. Domenico e a S. Caterina da Siena (domenicana). A Carenno, sulla scorta di tutte queste premesse, quando si decise l’erezione di un Oratorio per dare degna sepoltura ai morti di peste, lo si intitolò a S. Domenico. Almeno così si ritiene. Non si dimentichi che a San Domenico fu attribuito anche il miracolo della resurrezione di Napoleone Orsini, nipote del cardinale Stefano da Fossanova, che era morto in seguito ad una caduta da cavallo[14]. Tale prodigio (cui il Gusmán non era estraneo, essendogli attribuiti anche altri miracoli dello stesso genere) potrebbe essere stato associato ed esteso alla resurrezione di tutti i defunti, prescegliendo quindi il santo come titolare dell’Oratorio carennese. In origine l’edificio era molto diverso da quello attuale; vi erano due sole aperture poste una di fronte all’altra, in corrispondenza del coro. Aveva due campate e fu benedetto nel 1730 dal parroco di Rossino, Giovan Battista Mazzoleni. L’attaccamento della popolazione a questo pio luogo doveva essere molto intensa poiché due anni dopo, nel 1732, il curato don Carlo Mariani provvide alla custodia temporanea delle elemosine a favore dell’oratorio della peste affidandole a Giovanni Antonio Barca. La custodia temporanea si riferiva al fatto di dover trovare una definitiva custodia della chiesetta, stabilendo gli orari di apertura, la sua manutenzione, pulizia, decoro, che si intendeva conferire ad un romito dimorante a poca distanza dall’edificio stesso. Nella Visita Pastorale del 1745 l’Oratorio si presentava costruito conformemente alle regole canoniche e fornito delle suppellettili necessarie. Il problema che negli anni seguenti iniziò a guastare la chiesa fu l’umidità, che si infiltrava dalle fondamenta. Nel 1765 si ricorse all’accensione di incensieri luminosi, che venivano appesi all’interno e contemporaneamente si occlusero le aperture. Si profilò la necessità di continui restauri, anche perché la chiesa era oggetto di pellegrinaggi non solo per i morti ivi sepolti ma per la presenza di reliquiari e (forse) di una teca di San Domenico.  Un inventario di quanto vi si trovava fu compilato nel 1885. La pala d’altare, oggi non più presente, era una Crocifissione con San Domenico e l’Addolorata del pittore bergamasco Carlo Ceresa (1609-1679),  che fu trasferita nella chiesa parrocchiale di Carenno.

6. Un elemento significativo da considerare è che la Riforma Tridentina del XVI secolo (esattamente 1545-1563) riportò nella vita dei cristiani praticanti diversi aspetti teologici e pratici della dottrina di Santa Romana Chiesa. La Riforma Protestante di Martin Lutero aveva destabilizzato quelle certezze che si ritenevano incrollabili, costringendo la Santa Sede a correre ai ripari. Il tema della morte tornò così a turbare e intimorire l’animo umano e, per far comprendere meglio il comportamento che si doveva tenere in vita, la Controriforma decise di dare maggiore diffusione ad un filone artistico chiamato Vanitas[15]. Esso ribadisce, attraverso elementi simbolici[16], la caducità della vita, l’ineluttabilità della morte, l’inconsistenza di ogni cosa terrena. Nella società dell’epoca, temprata da epidemie, carestie e rifugiatasi nei dogmi religiosi, il monito era chiaro: abbandonare ogni velleità umana, ogni rincorsa dei piaceri materiali, attenendosi alla morale della Chiesa cristiana cattolica. Sono da inquadrare in tale filone artistico i dipinti interni dell’Oratorio di S. Domenico a Carenno. Dipinti e non affreschi, come ci ha spiegato la sig.ra Andreina Rozzi[17]: non si tratta di affreschi (che prevedono la stesura del colore sull’intonaco bagnato e garantiscono durevolezza nel tempo), ma di una pittura a secco, una tecnica basata su colori stemperati nel latte di calce e stesi su intonaco asciutto, che ha minore durevolezza nel tempo, specie se in ambienti umidi com' è il caso della chiesa in esame. Forse anche questo fatto è in linea con lo spirito della Vanitas: tutto è destinato a dissolversi. Tali opere della navata sono spesso scorrettamente definite "Danze macabre" in vari contesti (soprattutto nel web). Esse sono disposte sulle due pareti laterali dell’unica navata, due per parte, entro riquadri di colore carminio, inserite in una visuale prospettica (Tromp l’oeil[18]), come all’interno di un palchetto teatrale, dal quale scendono festoni, e lateralmente sono accomodati dei teschi; dal soffitto della scenografia dipinta scende un teschio con delle ossa, trattenuto da un festone e mescolato ad un elemento vegetale. L’artista ebbe cura di mettere in risalto le decorazioni di questa apparentemente secondaria scenografia. Ogni raffigurazione frontale si compone di una scena in cui compaiono due scheletri, uno sempre in posizione eretta e l’altro inginocchiato o seduto ai suoi piedi; il primo (tranne in un solo caso) porta un mantello di colore verde ed è considerato lo scheletro-virtù, mentre il secondo è lo scheletro-uomo. Questo perché siamo davanti ad una rappresentazione delle Quattro Virtù Cardinali reinterpretate sottoforma di Vanitas: Prudenza (entrando, a destra), Temperanza (a seguire), Giustizia (entrando, a sinistra), Fortezza (successiva). Prima di procedere è opportuno ricordare quale valore venga riconosciuto a queste Virtù, da parte del Catechismo della Chiesa Cattolica. << Le Quattro Virtù hanno funzione di cardine. Per questo sono dette cardinali; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse>>[19]. L’identificazione delle iconografie macabre di Carenno con le Virtù Cardinali è stata operata dall’ Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi di Bergamo.

La prima iconografia che incontriamo entrando nella navata, a destra, è la Prudenza, rappresentata dallo scheletro-virtù che tiene con la sinistra la falce messoria mentre la destra è appoggiata sul fianco, come attendesse qualcosa o qualcuno…O, meglio, invitasse l’umano ad usare i giusti mezzi per attuare il vero bene, a separare il grano dal loglio. Ai suoi piedi lo scheletro-uomo regge un rosario in una mano e un oggetto poco chiaro nell’altra (è stato indicato come un pugnale ma lascia francamente dei dubbi). Secondo le Scritture

Il secondo dipinto può lasciare un po’ perplessi perché lo scheletro-virtù, con l’attributo del mantello verde, è ai piedi dello scheletro-uomo, il quale regge una coppa in cui viene versato (da un’entità fuori scena) un liquido chiaro. Con la mano sinistra costui si appoggia a un bastone, da quanto è concesso vedere dallo stato attuale delle pitture. Lo scheletro seduto tiene in mano una clessidra (che sta per mettere sul capo?), simbolo del tempo che scorre; in questo caso è la virtù identificata come Temperanza,  che è "sobria" (a differenza dell’altro scheletro il quale, bevendo e ubriacandosi di vizi, non si regge in piedi da solo). La virtù invita ad usare al meglio la propria vita, senza sprecarla in vizi o fermandosi in abitudini che non fanno crescere spiritualmente. Infatti, secondo le Scritture «La temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati>>. Nel Nuovo Testamento essa è chiamata «moderazione» o «sobrietà». Noi dobbiamo «vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2,12).

Spada e bilancia sono i simboli che regge lo scheletro-virtù (Giustizia) rappresentato nel primo riquadro a sinistra della navata, mentre ai suoi piedi lo scheletro-uomo è seduto come in attesa di un responso; il suo volto è rivolto all’osservatore e tiene in mano un rosario. La Giustizia, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, è quella virtù morale che rende consapevole l’uomo di dover dare a Dio e al prossimo ciò che è dovuto. Anche fosse padrone di qualcosa o avesse dei servi, l’uomo ha un padrone più grande in Cielo. Dirittura di pensiero, rettitudine della propria condotta, agire per il bene comune, questo è richiesto all’ uomo giusto. Nel Nuovo Testamento Luca (19,15) afferma: «Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia ».

Nel quarto e ultimo riquadro è espressa la Fortezza, reinterpretata come scheletro-virtù che tiene una mano sul petto e l’altra appoggiata su una spada. Lo scheletro-uomo è in posizione flessa, con il ginocchio destro piegato a terra e le mani giunte. La virtù morale della fortezza rende fermi e costanti nel bene; chi ne è dotato ha coraggio e spirito di sacrificio per difendere una giusta causa. Chi la possiede resiste alle tentazioni, vince paure, prove, persecuzioni e perfino la morte.Nel Nuovo Testamento Giovanni (16,33) riporta un’espressione di Gesù:

«Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo».

 7. Sull’arcone ligneo che separa l’aula dalla zona presbiteriale si legge un versetto del Salmo 129 (De Profundis), tradizionalmente cantato nella liturgia dei defunti, supplicando il perdono dei peccati e sperando della misericordia divina. La volta del presbiterio presenta l’unica iconografia non macabra della chiesa, l’Eucaristia.

 

La volta della navata è divisa in due riquadri: il primo (verso l’uscita) accoglie un dipinto avente per tema la fine dei Tempi, simboleggiati dalla tromba, dalla spada e dalla bilancia, e da due flagelli (simboli della Passione di Cristo e di Cristo-Giudice), l’altro raffigura un’insolita meridiana[20]. Diciamo insolita perché non potrebbe mai funzionare in quella posizione.

Simbolicamente la meridiana può riallacciarsi allo scorrere del tempo e rappresentare un monito per chi entra, tuttavia fu realizzata con molti particolari e così dettagliatamente da destare stupore. L’astrofisico romano Paolo Colona, cui abbiamo mostrato la fotografia, ha individuato che, tra l'altro, fu disegnata persino l'ombra, quindi si tratta di un "ritratto di Meridiana"; "in realtà, una volta stabilito che è solo il ritratto di una meridiana e non una meridiana in sé, l'unica cosa interessate da capire è il motivo per cui è stata dipinta, cioè il suo simbolismo. Un indizio interessante è che è stata disegnata anche l'ombra, che indica le 21. Poiché l'orologio é a ore italiche, per sapere l'ora che segnerebbero i nostri orologi serve un altro dato, che in effetti il dipinto dà ed è quel M, cioè il mezzogiorno, che viene deliberatamente inserito tra le 18 e le 19. Questo individua un periodo dell'anno a circa un paio di mesi dal solstizio invernale, quindi ottobre e febbraio, quando l'ora 21esima è fra le due e le tre pomeridiane: ecco l'ora e la data indicate da quella meridiana". Formidabile l’amico Paolo Colona, che ringraziamo vivamente! Questa sua inedita considerazione ci porta ulteriori domande: che cosa rappresentavano per i committenti quella data e quell'ora?

8. Sugli stipiti di entrambe le finestre che attualmente affacciano sul protiro antistante l’ingresso (un’aggiunta architettonica posteriore rispetto al monumento settecentesco), sono state rilevate, da qualche tempo e a cura dei volontari "Amici della Biblioteca di Carenno", delle iscrizioni[21] che riteniamo davvero importanti ai fini di percepire, seppure indirettamente, il sentire e il pensare di persone ormai scomparse, che  affidarono a questi loro brevi scritti una preghiera, una speranza, una riflessione, o semplicemente il segno del loro passaggio, della loro presenza. Come già detto, sono tutt’ora al vaglio per essere decifrate perché non tutte sono di immediata lettura (alcune risultano un po’ sbiadite, altre sono confuse  sotto segni sovrapposti). Possiamo riportare parzialmente quanto dice la lunga iscrizione sullo stipite destro della finestra a destra dell’ingresso guardando la facciata (le x indicano parole che non siamo riusciti a leggere):

 

Si fa notte Dio

Sono qui da solo solo

E mi compiaccio di questa

Solitudine

La cosa strana

 che in questo luogo

di morte si faccia più vivo il ricordo delle

persone morte.

Addio?

Chissà che un giorno chi

legga queste xxxxx xxx

xxxxxxx

non di cosa(?) muoia

29 – (?)- 1882

Al di sotto di questa frase, si trova un’ iscrizione di mano differente e più sbiadita, vergata in orizzontale (per leggerla bisogna abbassarsi). La frase riporta riferimenti alla morte, e le parole sono dolenti, ma si riesce a leggerne veramente pochissime. Sugli stipiti della finestra dell’altro lato si leggono bene anche dei nomi, come quello di Carmine Begni. A sinistra si vedono numerose firme, cui sono stati sovra scritti altri nomi, insistendo con colore nero più marcato. Una data è del 1971 ed è stata disegnata con il colore rosso. Non è da escludere anche l’opera di qualche buontempone perché molti, percorrendo questo sentiero del Pertus, si sono sicuramente fermati. Trovando la chiesa chiusa, hanno probabilmente lasciato una traccia del loro passaggio. Attualmente vi è una pesante cancellata che impedisce di salire la gradinata che conduce all’entrata dell’Oratorio. Infatti, nei periodi in cui esso versava in stato di incuria e abbandono, era facilitata l’azione di qualche vandalo. Merito dei volontari "Amici della chiesina di San Domenico" se, nel corso del decennio 1990, è stato possibile sensibilizzare gli organi preposti e ricevere dei finanziamenti per le minime necessità di restauro e la riapertura al pubblico. Sotto le indicazioni della Soprintendenza ai Beni Ambientali e la direzione dell’architetto Giuseppe Carenino, hanno restituito decoro e consolidamento all’edificio. Senza quell’impegnativa opera dei volontari, oggi non potremmo ammirare i dipinti interni, che per molti continuano ad essere la "danza macabra di Carenno" e  che attraggono visitatori da dentro e fuori provincia. I Volontari della Biblioteca di Carenno  organizzano visite guidate aperte al pubblico o, concordandolo preventivamente, per coloro che vogliono conoscere la storia passata e presente del loro piccolo-grande borgo e dell’Oratorio di S. Domenico. Sono sempre i volontari che hanno scoperto la paternità dell’altare conservato nella chiesa, individuando la firma e la data di un artista carennese nascoste nella parte posteriore del tabernacolo:

 

Carlo Berizzi

fu Giovanni

10 Maggio 1879

Lascia la memoria

a questo oratorio

a Dio in fede

 

Sono loro, gli instancabili volontari, i veri custodi di questo sacro tempio di macabre  (ma sempre attuali) memorie.

Al giorno d’oggi diverse persone, specialmente donne anziane del posto, salgono a piedi quasi quotidianamente all’Oratorio (affrontando una salita abbastanza impegnativa) per accendere un cero o recitare una preghiera presso una cappellina che è stata ricavata nella parte laterale (ovest) dell’edificio. In tal modo è possibile stare in raccoglimento accanto ai cari defunti indipendentemente dall’apertura dell’Oratorio.

 

  • Bibliografia e Webgrafia

AA.VV. "Carenno. Immagini per ricordi", a cura dell’Amministrazione Comunale di Carenno, 1989

AA.VV. "Carenno, Storia e Memorie", a cura della Biblioteca Comunale Gustavo Bontadini di Carenno e del Comune di Carenno, 1999

Buffoni, Silvano "Contributi per la stesura di una storia locale. Il caso di Carenno" in Carenno. Mille anni di storia, a cura dell’Amministrazione Comunale di Carenno,  Atti in occasione degli incontri tenuti a Carenno 11 e 18 ottobre 1986

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Terza: La Vita in Cristo. Sezione Prima. La Vocazione dell’uomo: la vita nello Spirito, Capitolo I - La dignità della persona umana. Articolo 7 - Le Virtù (https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm)

Fornari, Jerri e Rozzi, Andreina "L’Oratorio di San Domenico a Carenno. Nella storia, nell’arte e nei simboli", a cura dei Volontari della Biblioteca di Carenno e Amici della Chiesa di San Domenico, con il patrocinio del Comune e della Proloco di Carenno, I Edizione Luglio 2011

      Ghirardelli, Lorenzo "Il memorando contagio seguito in Bergamo l’anno 1630", Bergamo, Fratelli Rossi, 1681

 



[1] AA. VV. Carenno. Immagini per ricordi, Comune di Carenno, 1989 (1250 copie numerate fuori commercio)

[2] Di conseguenza l’abitante del "pago" era un paganus, che assunse successivamente il significato di non cristiano, idolatra

[3] Erano anche capisaldi del potere politico ed economico

[4] Buffoni, 1986, p. 42

[5] Conservata presso l’Archivio Storico Diocesano di Bergamo. La Pergamena contiene l’atto di donazione da parte di Andrea, ufficiale della pieve di S. Stefano di Garlate e figlio del defunto Giovanni da Carenno, alla canonica o chiesa del Beato Alessandro Fuori le Mura di Bergamo

[6] Soprannome di Cristoforo Rota (1350 - 1430 circa)

[7] AA. VV. Carenno. Storia e memorie, Biblioteca Comunale G. Contadini, Carenno, 1999

[8] Ne scrisse in "La Valle San Martino. Memorie storico-artistiche", Brescia, Istituto Pavoni, 1888

[9] Una delle più importanti figure della militanza cattolica del XIX secolo, morto nel 1902 a Carenno

[10] All’imperatore Costantino apparve in visione come segno di vittoria (In hoc signo vinces) nella battaglia sul Ponte Milvio a Roma, contro le truppe di Massenzio

[11] Il 26 dicembre 1627 era morto l’ultimo duca della dinastia dei Gonzaga, Vincenzo II, senza eredi. Sapendo che tale vacanza avrebbe acceso diaspore tra Francia, Spagna e Impero per la posizione strategica della città, prima della dipartita il duca aveva designato Carlo di Nevers (suo parente più prossimo) come suo successore. Costui era naturalizzato francese ed avverso agli Spagnoli. Si aprì una Guerra di Successione al ducato di Mantova, all’interno di una ben più estenuante battaglia, la Guerra dei Trent'Anni, che devastò l’Europa intera dal 1618 al 1648

[12] Ghirardelli, 1681

[13] L’avrebbe ricevuto dalle mani della Madonna, apparsagli nel 1210, per sconfiggere l’eresia degli Albigesi (così tramandò il Beato domenicano Alano de la Roche o. p. (†1475)

[14] L’episodio è stato immortalato in numerose tele, tra cui quella conservata all’Accademia Carrara di Bergamo, realizzata da Lorenzo Lotto durante il suo soggiorno bergamasco (1513 – 1516). Precedentemente il dipinto si trovava nella chiesa dei Santi Stefano e Domenico in Bergamo; si trattava di tre dipinti formanti la predella della Pala Martinengo. Abbattuta la chiesa nel 1561, l’opera subì varie vicissitudini fino ad arrivare nella chiesa cittadina di S. Bartolomeo, che la vendette all’Accademia Carrara nel 1893

[15] Traente il nome dal versetto dell’Ecclesiaste (1,1-1,11) "Vanitas vanitatum, et omnia vanitas" (Vanità delle vanità, tutto è vanità)

[16] Simboli del sapere del potere (libri, strumenti scientifici, denaro, armi, corone, scettri, gemme preziose); simboli della vita frivola (dadi, carte da gioco, bicchieri, specchi, strumenti musicali); simboli dell’inesorabile scorrere del tempo (clessidre, orologi, teschi, animali morti o imbalsamati, frutta, candele spente, cibo avanzato, ecc.), tratto da "L’Oratorio di San Domenico a Carenno", op. cit., p. 45

[17] Responsabile della Biblioteca di Carenno

[18] Termine francese che si traduce letteralmente "inganna l'occhio" ed è attribuito ad un artificio prospettico usato dagli artisti per rendere tridimensionale un’immagine piatta o bidimensionale

[19] Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Terza: La Vita in Cristo. Sezione Prima. La Vocazione dell’uomo: la vita nello Spirito, Capitolo I - La dignità della persona umana. Articolo 7 - Le Virtù (https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm)

[20] Tra le varie curiosità vi è anche un piccolo teschio disegnato nel sole

[21] Ringraziamo Andreina Rozzi per averci dato la possibilità di documentarle

 

 

(Autrice della ricerca Marisa Uberti; vietata la riproduzione senza autorizzazione e/o citazione delle fonti bibliografiche menzionate)