Tra bellezze e misteri di Napoli

                                                          (a cura di duepassinelmistero)
 
Gli approfondimenti si trovano in alcuni nostri articoli e/o video correlati a questa sezione e li trovate cliccando sul relativo collegamento ipertestuale.
 
Nell'agosto 2018 abbiamo trascorso le vacanze nell'affascinante territorio napoletano costituito dai Campi Flegrei, cui abbiamo dedicato uno "speciale" con molti articoli e video. Una parte del soggiorno è stata dedicata alla visita della città partenopea, mentre un giorno lo abbiamo impiegato per visitare la celebre Reggia di Caserta, riportandone due bei documentari, e un giorno a parte lo abbiamo trascorso tra le incomparabili rovine di Pompei. Ci siamo inoltre rilassati sulle spiagge, non temete, raggiungendo anche la Costiera Sorrentina, con i suoi spettacolari panorami e affacci. Di più, nel periodo di tempo a disposizione, crediamo non si potesse fare!
Per conoscere Napoli non basterebbero un paio di mesi, figuriamoci i pochi giorni che ne siamo stati ospiti...Ma abbiamo voluto visitarne i luoghi più rappresentativi, quelli che ne conservano la storia più antica, quelli in cui precocemente si è innestato - su un substrato pagano - il cristianesimo delle origini, quelli in cui l'anima della gente si è espressa nella maniera più singolare e forse unica al mondo...Abbiamo voluto conoscerne l'arte attraverso il suo museo più importante, quello Archeologico Nazionale, in cui si attraversano millenni di storia; abbiamo solcato alcune delle sue vie più caratteristiche, abbiamo appreso alcune leggende metropolitane (di cui la città pullula), siamo entrati in luoghi straordinari, dove non ti aspetti quello che trovi! Siamo poi andati a studiare, a rileggere la storia, anche quella poco nota e che non si trova sui pannelli informativi nè sulle guide. Perchè i retroscena non sono per tutti, ma per chi ha voglia di cercarli. Abbiamo visto, ascoltato, assaporato, gustato, toccato e "sentito" la città, per un breve ma intenso lasso di tempo, che ci ha spinto a trasmetterlo anche a voi, cari amici del nostro sito, specialmente a coloro che a Napoli non sono mai stati. Tanto altro ci rimane da vedere, e speriamo di poterlo fare in viaggi futuri.
Arrivando in città, il primo luogo in cui ci siamo diretti è stato il Centro Storico, cuore della città antica di matrice greco-romana, Neapolis, di cui vedremo interessanti vestigia.  La nostra prima tappa è però storia decisamente più recente e certo intrigante, quella della Napoli illuminata del 1700: la Cappella Sansevero, mausoleo della famiglia di Sangro, trasformata in un tempio iniziatico dal principe-scienziato-alchimista Raimondo nel 1767, che intese al contempo celebrare la memoria sua, degli avi e dei posteri. A questo monumento e al Palazzo in cui egli visse abbiamo dedicato un approfondito articolo, in una chiave forse meno inflazionata di quella che solitamente si legge.
 
  • I tre Decumani: la storia a strati...
Cosa c'è di più elettrizzante se non percorrere la celebre Viia Spaccanapoli? Come suggerisce il nome essa divide (con una precisione geometrica quasi perfetta) la città in due: la parte Nord da quella Sud. Pur se famosissima e senza bisogno di presentazioni, diciamo due parole su questa strada, che deriva dall'impianto urbano di epoca greca, pensate un po'! Essa era quello che impropriamente chiamiamo Decumano Inferiore (i decumani sono termini romani, ecco perchè abbiamo usato il termine "impropriamente". I greci appellevano queste grandi direttrici con il termine plateia); va da sè che c'erano il Decumano Superiore e il Decumano Maggiore. Rispetto a cosa? Alla linea di costa. Queste tre direttrici correvano infatti parallelamente ad essa, con andamento Est-Ovest e su di esse si sviluppa il centro nevralgico cittadino. Se il Decumano Inferiore corrisponde, oggi, a Spaccanapoli, quello Superiore corrisponde a tre vie: via della Sapienza, via dell'Anticaglia e Via dei SS. Apostoli. Il Decumano Maggiore corrisponde all'attuale Via dei Tribunali. Di ciascuno dei tre grandi tracciati, abbiamo visitato qualche luogo rappresentativo.
Iniziamo dal Decumano Inferiore, Spaccanapoli. E' una strada che oggi è suddivisa in tre spezzoni: il primo tratto incomincia proprio in piazza del Gesù Nuovo,  con la chiesa omonima e il Monastero di Santa Chiara (vedi articoli correlati).
La piazza del Gesù Nuovo trae il nome dalla presenza dell'omonima chiesa, dove secondo molti si cela uno dei più intriganti misteri napoletani: i marchi della sua facciata, cui abbiamo dedicato un articolo a parte. La piazza costituisce il simbolo del centro storico di Napoli e sulla facciata del tempio è affissa la targa che motiva l'inclusione del centro storico stesso nella lista del Patrimonio Culturale dell'Umanità dell'UNESCO:
"Si tratta di una delle più antiche città d'Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell'Europa e al di là dei confini di questa».

Di fronte alla chiesa del Gesù Nuovo, accediamo al Monastero di Santa Chiara, cui abbiamo dedicato un articolo a parte. La chiesa è il pantheon della famiglia reale dei Borbone e uno dei maggiori monumenti di culto di tutta la città. E' una vera e propria cittadella, in cui il visitatore deve preventivare un certo lasso di tempo perchè comprende:

-la chiesa con venti cappelle, tra cui quella in cui riposano tutti i membri della Casa Reale Borbonica del Regno delle Due SicilIe [1];

-il Museo dell'Opera;

-gli scavi archeologici, in cui è possibile passeggiare (tramite passerelle) sul maggiore complesso termale ritrovato a Napoli, le terme. Furono rinvenute al di sotto del piano della chiesa e si pensa siano state operative almeno sino al IV secolo. Il sito è diviso in due settori: uno con palestra e piscina ed un altro termale;

-il chiostro maiolicato settecentesco, capolavoro di maestranze locali, eseguito su commissione delle monache di clausura con una particolarità: le scene raffigurate sulle colonne e sui sedili lungo i viali che lo compongono, non sono a tema religiosobensì paesaggi, scene campestri, mascherate, scene mitologiche e allegoriche. 

-L'immancabile storia del fantasma...

Dopo avere visitato questo gioiello, proseguiamo per via Benedetto Croce, passando per piazza San Domenico Maggiore fronteggiante il complesso di San Domenico Maggiore. Pochi si rendono conto che passeggiare nella piazza, nei pressi dell'obelisco, significa avere sotto i piedi un vero e proprio mistero ancora insoluto e che invitiamo ad approfondire nel nostro articolo dedicato. Le "Guglie", come vengono popolarmente chiamati questi vertiginosi obelischi, sono una caratteristica di Napoli, che ne annovera diversi (ciascuno con una storia alla base, pertinente all'epoca in cui furono eretti). La Basilica di San Domenico Maggiore è, secondo chi scrive, una tappa irrinunciabile di un viaggio nella città partenopea, anzitutto per la sua posizione, in un’area tra il Decumano Maggiore e quello Inferiore, nel centro storico della città antica. Tra le molte meraviglie che l'interno ospita, la più straordinaria è sicuramente il pantheon degli Aragonesi. La famiglia d'Aragona, salita al trono nel 1422 fino al 1501, è qui sepolta in 42 bauli, come quelli che si preparano per fare un viaggio. Essi trovano posto, in doppia fila, sul ballatoio della bellissima Sacrestia ("passetto dei morti"), a circa 4-5 m di altezza. I bauli contengono i corpi di nobili della famiglia d’Aragona, tra cui dieci re e dignitari (e alcuni individui di cui non si conosce l'identità). Un’ insolita maniera di farsi inumare, e che costituisce un unicum al mondo! I bauli sono fatti di legno, hanno dimensioni diverse (a seconda che vi fosse sepolto un uomo, una donna o un bambino); sono tutti ricoperti di sete e broccati di colore diverso.

Alcuni corpi si sono mummificati in modo naturale, altri sono stati intenzionalmente imbalsamati e tutti sono stati sottoposti a minuziose analisi paleopatologiche, che hanno portato ad importantissime scoperte. A queste particolari arche reali abbiamo dedicato un articolo a parte. Nello stesso articolo troverete anche la visita all'annesso Museo del Tesoro, con gli abiti che ricoprivano i corpi nei bauli e un dipinto enigmatico, il Salvator Mundi, ritenuto di scuola leonardesca e impressionantemente somigliante al Salvator Mundi attribuito a Leonardo, recentemente battutto all'asta per 450 milioni di dollari (e finito negli Emirati Arabi). Ma, in campana amici del mistero! Qualcuno sostiene che tra i corpi sepolti nei bauli (tra i quattro non identificati) vi sarebbe quello di Leonardo da Vinci (il perchè lo troverete leggendo l'articolo).

Già l'atmosfera si è surriscaldata, anche se non v'è il minimo bisogno: il nostro viaggio si è svolto ad agosto e batteva un sole cocente, ma "Chist'è 'o paese d' 'o sole", non dimentichiamolo!  Incontriamo Piazzetta Nilo e largo Corpo di Napoli.
In piazzetta Nilo troviamo una bellissima ed enigmatica scultura, il Dio NIlo, è nota anche come "Corpo di Napoli" (perchè più esattamente ci troviamo nel largo Corpo di Napoli, dove la statua fu ritrovata, allora acefala). Il gruppo scultoreo risale al II-III secolo d.C. e testimonia l'esistenza dei rapporti ancora vivi a quel tempo tra la Napoli ormai romanizzata e l'Antico Egitto. Proprio qui risiedeva una comunità di mercanti egiziani (di Alessandria d'Egitto) che volle (e ottenne) dai napoletani un'opera che ricordasse loro la prospera terra natia. Su un alto basamento è raffigurato il dio Nilo, sdraiato e sottoforma di uomo anziano con barba fluente (la testa è però un'aggiunta del XVII secolo); è appoggiato -da un lato- ad una sfinge, la quale ha una storia da raccontare: fu trafugata circa 60 anni fa e fu ritrovata in Austria (!)  nel 2013, per tornare nella sua collocazione originaria l'anno seguente. Nella mano destra, la divinità fluviale regge una bellissima cornucopia dell'abbondanza e sotto i suoi piedi si trova un coccodrillo di cui però manca la testa, andata perduta.
Il dio poggia su una roccia dalla quale sgorga acqua e si vede un bambino attaccato al suo petto, come fosse in atteggiamento di allattamento. Questo non è un dettaglio da poco e va spiegato, per quanto abbiamo capito. Bisogna tornare al tempo in cui il cristianesimo prese piede come religione ufficiale dell'Impero Romano e qui, come altrove, tutto ciò che era stato fatto prima era pagano, quindi eretico. Questa statua venne spodestata e se ne persero le tracce fino al Medioevo, quando fu incidentalmente ritrovata durante gli scavi per costruire il Sedile (o Seggio), nel XIII secolo. La scultura venne riconosciuta come quella del fiume Nilo e fu così chiamato anche il Seggio (negli scritti del tempo identificato come Sedile di Nido), eretto in memoria degli alessandrini che vi abitavano. La statua, tuttavia, sarebbe andata nuovamente interrata per essere ritrovata nel 1476, durante la demolizione del Sedile, divenuto fatiscente. La mancanza della testa e la presenza dei bambini scolpiti fece ritenere trattarsi di una donna allattante, ricollegata idealmente al mito della Sirena Partenope, fondatrice della città.
A pochi passi si trova la chiesa di Sant'Angelo a Nilo, originata da una Cappella del cardinale Rainaldo Brancaccio (1385).
Proseguiamo verso la parte centrale di Spaccanapoli, con i suoi colori, i profumi, la gente, i turisti, i palazzi, le chiese...Un tutt'uno introvabile altrove. Il tracciato di Spaccanapoli, della lunghezza di un chilometro, assume ben sette denominazioni lungo il suo percorso. Ci ritroviamo nella suggestiva Via San Biagio dei Librai. Il toponimo rievoca la Corporazione dei Librai e la presenza di una chiesetta intitolata a S. Biagio. E' qui che troviamo una cancellata dove è scritto "Fondazione Giambattista Vico. Museo Vichiano". Il Vico (1668-1774) fu un importante filosofo napoletano; nacque al civico n. 31, nella parte superiore della casa mentre al piano terra suo padre avviò l'attività di libraio, una tra le prime della via. Una lapide ricorda questi avvenimenti. Sulla chiesa di S. Biagio Maggiore troviamo invece un'altra lapide che dice:
 

Qui

presso la casa di S. Gennaro

martire patrono

nella piazza degli olmi

sorgeva la basilica Augustale

che divenne diaconia abbazia parrocchia

e venerati restano tuttora

l’eremita S. Gregorio il medico S. Biagio

e qui dove la casa dei Marigliano

sorta nel sec. XV

dette lustro e decoro

al rinnovamento dell’arte nostra

ebbe origine l’arte dei mastri librai

di cui fu figlio

Gian Battista Vico

gloria napoletana

L'epigrafe inizia dicendo che questa era la "casa di S. Gennaro martire" ma come sappiamo mai il vescovo beneventano venne a Napoli, in vita. E' una delle tradizioni leggendarie che contornano la città. Il palazzo appartenne alla famiglia Marigliano e un tempo vi sorgeva la basilica augustale. Si menziona anche la piazza degli Olimi: la leggenda vuole che nello spiazzo antistante la chiesa di S. Gennaro all'Olmo vi fosse un albero di olmo sui cui rami si appendevano i premi per i vincitori dei tornei cittadini e veniva usato anche come "albero della cuccagna".
Il culto di S. Biagio, protettore della gola, fu portato in città dalle monache basiliane; a causa della lotta all'iconoclastia, intorno all'VIII secolo fuggirono a Napoli portarono con loro il cranio del santo, che fu custodito nell'attigua chiesa di San Gennaro all'Olmo. Il culto a San Biagio divenne talmente potente da far costruire una chiesa apposita a lui dedicata, realizzata nel 1631, per volere del cardinale Francesco Boncompagni. E' la chiesa che vediamo oggi la quale, chiusa nel 1980, è stata riaperta al culto nel 2007, grazie alla Fondazione Giambattista Vico.
Ed eccoci giunti all'incrocio con Via S. Gregorio Armeno, rinomatissima strada dei presepi. Lungo il tragitto si susseguono senza sosta botteghe artigiane che, specialmente nel periodo natalizio, espongono le famose statuine artigianali napoletane da mettere nel presepe. Un tempo la via, che collega San Biagio dei Librai a Via dei Tribunali (Decumano Inferiore con quello Maggiore), era dedicata a S. Liguoro. Con la costruzione della chiesa di S. Gregorio l'Illuminatore, patriarca d'Armenia, venne a questi intitolata. Per raggiungere la chiesa, di antichissima fondazione (sorse su un tempio pagano dedicato a Cerere), bisogna lasciare la via e salire una scalinata (Vico Maffei). Nella chiesa sono venerate le reliquie di S. Patrizia, originaria di Costantinopoli e discendente dall'imperatore Costantino; secondo la tradizione, le monache che trasportavano il suo feretro si fermarono di colpo davanti alla chiesa di S. Gregorio Armeno, come richiamate da qualcosa di soprannaturale, divino. Da allora (1864) le spoglie della santa sono qui conservate. Prima si trovavano nella chiesa dei SS. Nicandro e Marciano a Caponapoli.
La Santa compatrona di Napoli condivide con S. Gennaro il miracolo della liquefazione del sangue ma con una grossa particolarità: si liquefa ogni martedì e il 25 agosto (considerato il giorno della morte della santa, nel 685 d.C.). All'origine della liquefazione del sangue vi è una fatto leggendario secondo il quale un giorno un cavaliere andò sulla tomba della santa per chiedere la grazia di guarirlo dalle enormi sofferenze che lo affliggevano. Pregò tutta la notte senza mai staccarsi dall'urna; ad un certo punto sentì l'impulso di aprirla ed estrasse un dente dalla bocca della santa. Da quell'istante cominciò  a uscire copiosamente il sangue, come da persona viva, lasciando attonito il cavaliere, che andò a chiamare le suore. Il sangue venne raccolto in due ampolline, che si conservano tutt'oggi. Normalmente raggrumato, il sangue si scioglie nelle date in cui si è già accennato ed il fenomeno della liquefazione miracolosa è stato ripreso da telecamere. Le suore che provvedono alla cura delle spoglie di S. Patrizia sono dette "patriziane" (Suore Crocifisse Adoratrici dell'Eucaristia). Dal XII secolo avveniva però un altro fenomeno sul sepolcro di S. Patrizia: la trasudazione della manna (liquido incolore, simile ad acqua, che trasuda anche da altre tombe di santi, come quella di San Nicola a Bari; ne abbiamo trattato a questo link).
 
Da un miracolo forse poco conosciuto  ad uno noto in tutto il mondo, quello del sangue di San Gennaro. La nostra prossima meta è infatti il Duomo di Napoli, ultima parte del tracciato di Spaccanapoli. Nella Cattedrale si trova la Real Cappella di S. Gennaro, dove sono conservati sia il cranio che le ampolle con il sangue, che si liquefa tre volte all'anno (può anche sciogliersi una volta sola, ma l'importante - per i napoletani- è che il miracolo avvenga). Le ossa del santo riposano invece nella cripta, chiamata Cappella del Succorpo. Sulle vicende che hanno portato le reliquie di S. Gennaro a Napoli (città dove in vita non fu mai), abbiamo trattato ampiamente nell'articolo dedicato alla Chiesa di S. Gennaro alla Solfatara di Pozzuoli (sorta sul luogo del martirio, avvento nel 305 d.C., e custode di una enigmatica pietra che la tradizione vuole intrisa del sangue colato dalla decapitazione e che, in prossimità del miracolo della liquefazione nel duomo di Napoli, si accende di un colore rosso vivo). Ne abbiamo trattato anche in un video, relativo alle Catacombe di S. Gennaro, che conservarono il corpo del santo dal V al IX secolo.
La storia della Cappella di S. Gennaro nel duomo di Napoli ebbe inizio nel 1527 per esaudire un voto fatto dalla popolazione (o meglio, i loro rappresentanti, chiamati Eletti) per implorare salvezza dai terribili flagelli – peste, carestia e guerra – che in quei decenni minacciavano Napoli. I lavori iniziarono nel 1608 e si conclusero nel 1646. Nel 1601 era stata istituita una Deputazione, cioè l’Organo di Governo della Cappella del Tesoro di San Gennaro, che tutt'oggi svolge lo stesso ruolo: tutelare il Tesoro di San Gennaro contribuendo ad alimentare il Culto del Santo Patrono. La Deputazione ha le sue radici negli antichi “sedili” del Patriziato e del Popolo Napolitano, cui un tempo era affidato il governo della Città. Se vi ricordate, abbiamo accennato ai “sedili” parlando di quello di Nilo (o Nido) ma ve ne erano altri quattro: Capuana, Portanova, Montagna e Porto, oltre a quello del Popolo. Ciascuno di essi forniva due rappresentanti. Dal 1811, in attuazione del “Bollettino delle Leggi”, emesso da Gioacchino Murat, la Deputazione è presieduta dal primo Cittadino di Napoli (Sindaco). Si possono trovare tutte le informazioni nel sito ufficiale della Cappella.
Dopo aver visitato brevemente Cappella, Duomo e Succorpo, il nostro obbiettivo è visitare un luogo che da tempo è nei nostri programmi: il battistero paleocristiano di S. Giovanni in Fonte. Per visitarlo non si deve uscire dal duomo, ma dirigersi verso la Basilica di Santa Restituta, inglobata in esso (ingresso dalla terza cappella della navata sinistra). Insieme alla chiesa della Stefania, questa era la basilica paleocristiana di Napoli (IV secolo d.C.). Anzi, fu la prima cattedrale. Oggi è notevolmente rimaneggiata, tuttavia è una visita molto interessante per coloro che non si accontentano di un classico tour nel duomo e soprattutto, visitandola, si ripercorrono secoli di storia, dove fu gettato il seme del cristianesimo primitivo. A destra del presbiterio della Basilica di S. Restituta si accede al gioiello più prezioso del complesso (per noi): il battistero, appunto, considerato il più antico d'Occidente (recentemente pare ne sia stato scoperto uno ancora più precoce, nella Stefania). Al battistero abbiamo dedicato un apposito video.
E anche questa giornata è stata colma di magnifiche scoperte, possiamo dichiararci soddisfatti. Non stiamo ad elencare ogni palazzo che ci ha colpito, le tante edicole mariane incontrate lungo il percorso, testimoni di una religiosità popolare molto viva e sentita. Passiamo da piazza Dante, con la statua del sommo poeta al centro, una delle più importanti piazze della città, resa elegante e raffinata dall'architetto di corte Luigi Vanvitelli nel Settecento. Nel XVI secolo era chiamata piazza del Mercatello perchè vi si svolgeva il mercato, ridotto rispetto a quello più grande di Piazza Mercato. Piazza Dante è l'inizio di Via Toledo e comunica con il Decumano Maggiore attraverso la Porta d'Alba, situata a settentrione della piazza stessa.
 
 
Ci rechiamo al parcheggio autorizzato e ritiriamo la nostra autovettura; dobbiamo riposarci perchè l'indomani ci aspetta un altro programma di visite intenso. Infatti il mattino seguente riprendiamo la visita dal Decumano Maggiore, dove visitiamo la chiesa di San Lorenzo Maggiore, una Basilica Monumentale situata a pochi metri da piazza San Gaetano, dove prospetta l'obelisco omonimo e la chiesa di San Paolo la quale, eretta sui resti del Tempio romano dei Dioscuri, ingloba in facciata due colonne corinzie che da esso provengono. Come già detto e ripetuto, ci troviamo nella zona del centro di Napoli che insiste su un'area greca e poi romana, quindi al di sotto si estendono rovine a strati. In piazza S. Gaetano esistevano l'agorà e il Foro.
In epoche antiche vi si riunivano le dodici fratrie del popolo; qui si ricevevano gli ambasciatori stranieri per trattare la pace e guerra; qui si accoglievano gli imperatori romani in pompa magna e infine sempre qui il popolo napoletano accorreva in armi al suono delle campane, per respingere Longobardi e Saraceni. Sotto gi sovrani angioini era qui che si svolgevano le funzioni amministrative dei Sedili e del Parlamento. Di questo rimane traccia sulla facciata del campanile della Basilica di S. Lorenzo Maggiore, dove sono posti gli otto stemmi dei rappresentanti.
Per renderci conto di cosa vi sia sotto il manto stradale, abbiamo preso parte ad un Tour di Napoli Sotterranea, che ha il proprio ingresso proprio in piazza San Gaetano: un nostro apposito video vi darà una sommaria idea del patrimonio archeologico sotterraneo, in primis l'acquedotto greco-romano con una grande cisterna piena d'acqua. Altri scavi sono visibili attraverso la Basilica di San Lorenzo, con tour a parte sempre sotterraneo, in cui si possono vedere resti greci e romani; si cammina su ciò che resta dell’antico Foro, centro civile e religioso della città romana, con il Macellum. Al di sotto della chiesa si trova un vero e proprio cardine con botteghe, lavanderie, un’osteria e l’Aerarium, dove venivano conservati i proventi delle tasse.
 
Sopra, la cisterna dell'acquedotto greco-romano 
 
Della splendida Basilica non possiamo dilungarci in descrizioni: anch'essa è un complesso monumentale che necessita di tempo a disposizione per essere esplorato. Ma va detto che se prima abbiamo visto il pantheon degli Aragonesi (S. Domenico Maggiore) e quello dei Borbone (S. Chiara), qui possiamo vedere i sepolcri di alcuni membri della dinastia angioina. All’inizio dell’abside si trova il monumento funerario di Caterina d'Austria (1295-1323), prima moglie di Carlo di Calabria, detto l’Illustre. Vi ricordate che prima abbiamo parlato di Roberto d'Angiò, che fondò il monastero di S. Chiara? Ebbene, questo Carlo era suo figlio, morto trentenne, dunque mai salito al trono. Aveva avuto due figlie (dalla seconda moglie) e la prima di esse, Giovanna, venne designata a succedere a re Roberto. E' la stessa regina Giovanna I di Napoli di cui aleggerebbe il fantasma nel chiostro di S.Chiara. Come vedete il filo della storia si intreccia di continuo.
La Basilica di S. Lorenzo Maggiore fu finanziata ampiamente da Carlo II d'Angiò (come testimonia un documento del 1284 con cui il re donò una cifra altissima, 400 once, per proseguire i lavori di costruzione, già in corso ad opera dei frati minori) e costitutì sempre un polo attrattivo per la dinastia. La Chiesa ha otto cappelle a destra e altrettante a sinistra e sono molti i sepolcri meritevoli di attenzione appartenenti a nobili famiglie napoletane, come i Caracciolo, i Favilla, i Pisanelli, i Ciciniello. In particolare, tuttavia, segnaliamo i frammenti musivi dell'antica basilica paleocristiana che qui sorgeva (VI secolo). Erano pertinenti a due ambienti laterali, il dianicon ed il prothesis. I mosaici furono realizzati con tessere policrome (rosso, nero e bianco) in pasta vitrea, poietra e terracotta. I motivi sono geometrici, fitomorfi e zoomorfi e fanno bella mostra di sè anche degli stupendi Nodi di Salomone.
Nel dirigerci alla nostra prossima meta, passiamo davanti ad una curiosa scultura che raffigura la maschera napoletana per eccellenza: Pulcinella. E' una scultura di bronzo sita in Vico del Fico al Purgatorio. E' un dono dell'artista Lello Esposito alla città ed è collocata qui dal 2012, ma sembra lì da sempre.  Attira l'attenzione di folle di turisti, ed è tra le attrazioni più fotografate! Il naso appare lucidato dal continuo tocco dei passanti: un gesto scaramantico positivo che a Napoli è d'obbligo! La maschera di Pulcinella è tra le più conosciute e antiche, essendo nota giàUn Pulcinella di bronzo, il dono di Lello Esposito alla citt ai tempi dei Romani; con l’arrivo del Cristianesimo scomparve, per rinascere nel 1500 con la Commedia dell’Arte. A breve distanza è situato il Teatro Instabile di Napoli, che tra le altre cose si occupa del recupero di tutta l'area.

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todite dalle Suore Crocifise Adoratrici dell’Eucaristia, dette «Patriziane» secondo l’ordine monacale praDa ticato dalla sant
Lungo il Decumano Maggiore (Via dei Tribunali) incontriamo la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, uno dei luoghi più strani del quartiere, dove già all'esterno troviamo alcuni teschi che, insieme alla denominazione, ci fanno capire che si tratta di un luogo di culto funerario, anzi, qui si è esercitato il culto delle cosiddette "anime pezzentelle" fino a pochi anni fa (e ancora oggi). Il toponimo "ad Arco" deriva dalla presenza di un torrione chiamato "torre d'Arco" perchè alla base aveva quattro fornici (archi) per il passaggio. Qui aveva sede il Sedile d'Arco (suddivisione minore del Sedile o Seggio di NIlo, visto poc'anzi. Ci troviamo infatti al crocevia con via Nilo e via Atri).  Nell'alto medioevo quest'area era denominata regio de arcu cabredato. La demolizione della torre avvenne al tempo dei vicerè, sotto Pedro da Toledo, anche se non tutti concordano e, secondo una leggenda, il vero motivo sarebbe stato la presenza di spiriti infestanti!
La chiesa del Purgatorio è composta da due edifici sovrapposti di uguale dimensione ma di diversa epoca: la chiesa barocca superiore (1638) e quella inferiore la quale, in seguito del terremoto dell'Irpinia del 1980, accusò problemi di stabilità con la conseguenza di dovere chiudere l'intero complesso, che riaprì nel 1992, dopo i necessari lavori di restauro. Le due chiese furono concepite come un unico progetto fin dall'inizio, dedicandola alle Anime del Purgatorio, concetto inesistente prima del XII secolo, quando iniziò a diffondersi [2]. Con il Concilio di Trento, poi, venne ribadito con forza il concetto di “purgatorio”: i cattolici erano tenuti a credervi (al contrario dei protestanti che non ne contemplavano l’esistenza). Nacquero così molte chiese dedicate alle Anime del Purgatorio, specialmente nel corso del 1600, e in quel periodo nacquero e proliferarono le Confraternite ad esse correlate.
Fu in questo clima che venne iniziata nel 1616 questa chiesa di Napoli, per volere della congregazione laica Opera Pia Purgatorio ad Arco, commissionandola all’architetto Giovan Cola di Franco. La consacrazione avvenne nel 1638 e i due livelli dovevano mostrare la netta differenza stilistica e funzionale: una chiesa superiore che rimandasse alla dimensione terrena e una inferiore adibita ad area cimiteriale, che rappresentasse concretamente il Purgatorio. Quando si entra, sulla sinistra una postazione consente di chiedere informazioni circa le visite guidate, che si effettuano alla chiesa inferiore, che è la parte decisamente più macabra ma più interessante. Con il biglietto si ha diritto alla visita guidata anche del Museo dell'Opera Pia Purgatorio ad Arco.
Scendiamo quindi, preceduti dalla guida e in compagnia di un buon numero di persone, che si sono raccolte all'orario prefissato. Imbocchiamo una scala situata immediatamente a sinistra dell'ingresso ed entriamo in un altro mondo: cambia tutto, oltre alla temperatura che scende rapidamente (essendo il mese di agosto, è anche godibile), non ci sono rumori nè colori: l' ambiente è grande e scarno e di enorme importanza per la popolazione perchè tutt'oggi ospita il culto intenso e spontaneo delle anime del Purgatorio. E' il primo contatto che abbiamo con la religiosità napoletana di questo genere (soltanto dopo siamo andati nel Cimitero delle Fontanelle del Rione Sanità) e ne siamo al contempo affascinati e stupiti. L'ipogeo ha dimensioni uguali alla chiesa superiore, ha navata unica e cappelle votive laterali; l'altare centrale è in piperno, decorato con grandi croci nere; al centro si trova una tomba anonima, circondata da catene nere e illuminata dalla luce fioca di alcune lampadine.
Il pavimento ha inserti maiolicati (aggiunti nel 1700 con l'allargamento dello spazio primitivo) raffiguranti teschi, ossa e inserti floreali. Il culto verso le anime "pezzentelle" (povere) nacque nel XVII secolo proprio qui sotto: le donne presero a cuore gli anonimi defunti buttati alla rinfusa, cercando di darvi una sepoltura, fornendo uno scaravattuolo (tomba a tre pareti), erigendo altarini, ponendo ossa o teschi in nicchie. In particolare, si creò l'usanza di "adottare" un teschio, la capuzzella, che ogni giorno spolveravano, curavano ricoprendola di fiori, piccole corone, a volte veli. Si chiedeva anche qualche favore alla capuzzella, in cambio: protezione e buona sorte (e magari qualche vincita al lotto). Il culto, da popolare, investì anche strati elevati della società e nel XVIII secolo si celebravano una sessantina di Messe al giorno!
Un culto talmente radicato da passare di generazione in generazione, ininterrottamente finchè la Chiesa nel 1969 (tramite un divieto cardinalizio)  ordinò la sospensione e l'abolizione di tutte le pratiche esercitate in questa chiesa inferiore. Il culto, del resto, non era mai stata ufficiliazzato. Nonostante ciò, la gente non ha cessato la pratica devozionale e tuttora si portano fiori e richieste alle "anime pezzentelle" per facilitarne il trapasso. Lo testimoniano le immaginette di padre Pio lasciate vicino alle ossa, rosari, monetine, oggettistica varia.Attraverso un'apertura laterale, nell'angolo a sinistra, passiamo in un corridoio decorato con teschi che conduce  all'ambiente dedicato alla Terra Santa, dove venivano sepolti i membri della Congrega; i defunti comuni erano invece deposti in un ossario. Il teschio più famoso è quello di Lucia (forse una principessa), che morì, dice la tradizione, giovanissima subito dopo le nozze (in un naufragio con il suo sposo).
La sua "capuzzella" è ricoperta da un velo sormontato da una corona; a lei continuano a rendere omaggio i devoti con preghiere, invocazioni, offerte di fiori e richieste di grazie (lo testimonia la presenza di foto di persone poste sotto la sua intercessione, come fosse una sorta di santa). Accanto al suo, si trova una coppia di teschi che apparterrebbero ai suoi servitori, che continuano a servirla anche nell'aldilà. Lucia è stata simbolicamente eletta dal popolo patrona delle giovani spose che a lei si affidano. La visita si completa risalendo e ammirando la chiesa superiore, in cui dipinti e sculture barocche parlano del Purgatorio e del trapasso;  dal retrocoro si accede alla sacrestia e all'Oratorio dell'Immacolata che ospitano il Museo dell'Opera: qui possiamo vedere una raccolta di dipinti e di manufatti realizzati tra il XVII ed il XIX secolo, che raccontano almeno quattro secoli di religiosità e pietà popolare, ma non mancano preziosi oggetti liturgici, paramenti e manoscritti.
Dirigiamoci ora nel Decumano Superiore, corrispondente alle attuali vie della Sapienza, dell'Anticaglia e SS. Apostoli. Il nome "superiore" indica che è posto più in alto rispetto agli altri due antichi decumani. Nella via dell'Anticaglia troviamo strutture ad arco in laterizio, due alti muri in opus latericium, che servivano da rinforzo alla cavea del Teatro Romano. Qest'ultimo si è in gran parte conservato ed è inglobato negli edifici a sinistra e nel sottosuolo (alcune porzioni sono liberamente visibili lungo i decmani). La tradizione narra che l'imperatore Nerone vi si esibì come cantore greco (sotto il Teatro romano vi era quello greco) e si possono visitare perfino i suoi camerini! Questo è possibile con il Tour Napoli Sotterranea che, partendo da piazza San Gaetano, si conclude proprio qui. Stupefacente il modo in cui si arriva alle rovine romane: la guida accompagna, tramite una breve passeggiata nel decumano, ad una tipica abitazione chiamata "basso" in Vico Cinquesanti dove, sotto il letto, si nasconde l'accesso al lato est del Teatro.
 
Oggi tutto si svolge secondo una finzione, ma il proprietario del terreno aveva veramente ricavato l'accesso agli ambienti sotterranei tramite una botola che era situata sotto il letto. In quegli ambienti aveva creato una cantina, ma sicuramente lo avevano fatto in tanti, ritrovandosi le rovine sotto le proprie abitazioni e non essendovi leggi avverse. Il proprietario aveva escogitato un meccanismo che permetteva la scomparsa del letto in una nicchia parietale, facendolo scorreva lungo dei binari. La scoperta di frammenti murari in opus latericum portò successivamente all'esproprio del basso e alla nuova destinazione d'uso. E' infatti fruibile dal pubblico in occasione delle visite della Napoli sotterranea. La bellezza di quanto si vede (parte della cavea intermedia e inferiore, quella superiore è andata completamente perduta con la costruzione dei palazzi) rende soltanto minimamente l'idea di come dovesse essere magnifica la città romana, di cui molti autori antichi narrano entusiasticamente.
Il teatro fu una delle glorie di Neapolis, custode della cultura ellenica (qui sorgeva un edificio, forse teatrale, dal VI sec. a.C.). C'erano due teatri in città, secondo una lettera di Publio Papinio Stazio alla moglie: uno coperto e l'altro (questo) scoperto, entrambi ubicati nella parte superiore del Foro, alle spalle dell'area sacra dedicata ai Dioscuri (il cui tempio sorgeva nell'area dell'attuale chiesa di San Paolo, che abbiamo visto precedentemente). Insiste dunque tutto in questa circoscritta area, secondo il consueto progetto urbanistico romano, andatosi ad impiantare sul precedente di età greca. Cosa successe al Teatro? Perchè scomparve? Per il motivo secondo il quale quasi ovunque le vestigia romane sparirono: alla caduta di Roma (V secolo d.C.), la struttura fu abbandonata e anche l'usanza di tenere spettacoli teatrali. Un'alluvione tra V e VI secolo portò ulteriore accumulo di materiale, che gradualmente ricoprì le antiche strutture. Gli ambienti funsero anche da piccola necropoli nel VII secolo e da discarica! La costruzione massiva degli edifici tra XV e XVII secolo fagocitò del tutto la cavea e l'apertura di Vico Cinquesanti, tra il 1569 e il 1574 ad opera dei padri Teatini, la sventrò verticalmente. I sotterranei furono impiegati come cantine, stalle, magazzini e botteghe fino a pochi decenni fa. Nel 1859, per scavare la rete fognaria, furono individuate le prime tracce del Teatro, ma un primo piano di recupero venne attuato a partire dal 1939. Purtroppo tutto fu accantonato fino al 1997 quando l'intero impianto del Teatro fu definito e mappato.
Il Comune, tra il 2003 e il 2007, ha avviato importanti interventi di recupero che hanno rimesso in luce la parte ovest della media cavea dal giardino interno del palazzo che vi insiste. Il percorso di visita si estende anche ad un ulteriore perla, scoperta di recente: in un’antica falegnameria è riemersa un'altra porzione del Teatro, dove è stata allestita una mostra permanente con  una trentina di scarabattoli antichi, di legno scuro, a custodire scene della natività e del presepe popolare. Tutt’attorno, opus reticulatum e latericium. Siamo nell’intradosso-summa cavea del teatro greco-romano! Quella che si riteneva perduta perchè appunto inglobata negli edifici cinque-seicenteschi.
Invece, in vico Cinquesanti alle spalle di piazza San Gaetano, qualcosa è rimasto ma è stato scoperto anche dell'altro: piccoli canali pavimentali completamente ostruiti dal materiale di risulta generato dalla sega circolare. Durante la pulizia è venuta fuori la presenza di canali di scolo delle fogne di epoca borbonica, realizzati con riggiole da disegni di colore blu. Quei canali sono stati protetti da grate e sono visibili.

Lasciamo la zona dei decumani (ma non ci spostiamo di molto) per continuare il viaggio nella Napoli romana in uno dei più importanti musei del mondo, quello Archeologico Nazionale, ospitato nel cinquecentesco Palazzo degli Studi, sorto sull'area di una necropoli romana, quella di S. Teresa. Per la vastità delle collezioni, impossibili da descrivere, abbiamo riunito le fotografie effettuate durante la visita in un documentario filmato. Anche questa giornata si è conclusa con piena soddisfazione. Domani cambieremo zona, dirigendoci nella parte settentrionale della città e in un rione popolosissimo, quello della Sanità, in cui nacque il grande e popolare Totò (Antonio de Curtis) ma anche sede di un patrimonio archeologico inestimabile.

Il Quartiere Stella, dove si snoderanno oggi i nostri due passi, è uno dei dodici quartieri in cui fu suddivisa la città di Napoli a partire dal 1780. Comprende il famoso rione Sanità, Materdei e il borgo dei Vergini.  

Il Rione Sanità sorge in

una valle a cui corrispondono le valli dei Vergini, della Sanità e delle Fontanelle, cinte dalle colline di Miradois, Capodimonte, dello Scudillo, della Stella e di Materdei. Nel corso dei secoli la zona-di antichissimo insediamento- ha subito numerose trasformazioni, sia per il passaggio delle Lave dei Vergini, acqua e fango che riversavano detriti dalle colline verso valle, sia per l'urbanizzazione che ha interessato la zona dal XVI secolo. E' un rione storico e caratterizzato da grandi contrasti, che sono emersi durante la visita guidata cui abbiamo aderito, con la Cooperativa "La Paranza", un'emozionante tour chiamato "Il Miglio Sacro", che si snoda sia in supeficie che nel cuore della città sotterranea, al quale doverosamente abbiamo dedicato un'ampio articolo e diversi video.

Il nostro percorso è partito dalla Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio a Capodimonte; è proseguito nelle profondità delle misteriose Catacombe paleocristiane di San Gennaro (che hanno accolto per quattro secoli la tomba del santo) e nella Basilica di S. Gennaro Extra-Moenia; quindi nella maestosa Basilica di S. Maria della Sanità, nella piazza omonima, cuore nevralgico del rione e ingresso alle Catacombe di San Gaudioso, con le particolarità che le caratterizzano. La parte finale del tour si è svolta nel Cimitero delle Fontanelle, un unicum assoluto, in cui si sviluppò il culto delle anime pezzentelle (vedi articolo di approfondimento). Il MIglio Sacro termina a Porta San Gennaro, così chiamata perchè da essa transitavano i pellegrini diretti alla tomba del santo. Lungo questo miglio si trovava e si trova tutt'ora un patrimonio culturale, storico, religioso e archeologico di estremo interesse per chi visita Napoli.
 
 
Se per tutte le descrizioni delle chiese e delle catacombe rimandiamo all'apposita pagina, vediamo alcune particolarità del rione. Ci troviamo in piazza Sanità dove, sul palazzo di fronte alla Basilica, notiamo n curioso effetto sulla facciata, come fosse un fascio di luce in cui sono stati disegnati dei volti umani. La nostra guida ci informa che si tratta di un Murales, intitolato proprio "Luce". Stupefacente, è bellissimo! La sua realizzazione risale al 2016 da parte dell'artista  street artist Tono Cruz. Egli volle esattamente dare l'idea di un occhio di bue proveniente da un faro, per illuminare di speranza e futuro il quartiere. I volti dipinti dentro la sfera sono quelli di ragazzi e ragazze che qui abitano (per approfondimenti vedi qui). Non è l'unico Murales che incontriamo; infatti -poco prima di raggiungere la nostra prossima meta - ne notiamo un altro, stupendo, sul muro di ingresso del Centro La Tenda, per i senzatetto. Ed è per loro che l'autore, Francisco Bosoletti, lo ha realizzato. Si chiama "Speranza nascosta" ed è stato realizzato al negativo: infatti per identificare il soggetto bisogna usare dei filtri (con Photoshop o mettendo l'immagine, a sua volta, in negativo). Ecco il risultato:

Per "vedere" le persone veramente per quelle che sono, bisogna che vi sia partecipazione, sforzo, interazione.

Nei pressi della Basilica di S. Maria della Sanità e quasi sotto il Ponte della Sanità (oggi intitolato a Margherita Cerasuolo)  si trova Largo Totò, uno spazio inaugurato nel febbraio di quest'anno (2018), che commemora i 120 anni dalla nascita del grande Totò, al secolo Antonio de Curtis (1898-1967), che qui alla Sanità ebbe i natali (in Via Santa Maria Antesaecula). Il cartello di Largo Totò riporta due brevi frasi "Genio napoletano. Maschera universale", che racchiudono tutta la stima, l'affetto e l'intramontabile ricordo dei residenti verso il loro "principe della risata", che è caro a tutti gli italiani. Probabilmente non c'è casa, nel rione Sanità, che non abbia un'immagine di Totò. Largo Totò ospita dal 2017 il monumento al grande attore, opera del maestro Giuseppe  Desiato: un muro in cui è delineata la sua sagoma inconfondibile. Per i residenti quella forma aerea è il vuoto che Totò ha lasciato. Nel progetto è indicata però "la scelta di affidare a Totò  il compito di fare da mediatore, di agevolare l’accesso e l’incontro con il visitatore, di invitarlo a entrare per conoscere il senso e alimentare il rispetto per i luoghi e per gli uomini e le donne che contraddistinguono il Rione Sanità" (Il Mattino, 15/04/2017).

 

Si narra che nel famoso e singolare Cimitero delle Fontanelle si trovi sepolto anche l'illustre poeta Giacomo Leopardi, perito nel 1837 per idropisia (in realtà, nonostante i molti acciacchi di cui soffriva, non fu mai accertata la causa della sua morte). In quel momento imperversava il colera a Napoli: vi era il divieto assoluto di seppellire morti nelle chiese e gli unici posti destinati alla raccolta dei resti mortali erano il cimitero delle Fontanelle o quello dei colerosi a Poggioreale. L'amico di Leopardi, Ranieri, scrisse che non volendo inumarlo tra "la confusione del camposanto colerico" lo fece mettere in una cassa di noce piombata e pietosamente collocata in una sepoltura ecclesiastica sotto l’altare a destra della chiesetta suburbana di San Vitale a Fuorigrotta. Ma chi ha cercato la documentazione non l'ha trovata, negli archivi di detta chiesa. Esiste solo la lapide fatta eseguire dal Ranieri stesso ma qualcuno sostiene che abbia mentito, che Leopardi non si sia mai trovato lì, da morto. E allora dove?

Il grande poeta di Recanati (AP), trascorsi gli ultimi anni di vita a Napoli, morì a Vico Pero al civico 2, nella parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca (sulla strada che porta a Capodimonte) ed è qui che, nel libro X dei Defunti (pag. 175), è stata rintracciata un' interessante registrazione: “A 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, munito dei Santissimi Sacramenti, al’ 14 detto mese, sepolto id. (idem)”. Sepolto idem, c'è scritto: i preti usavano scrivere Idem se il luogo della sepoltura era lo stesso del defunto registrato immediatamente prima: in questo caso il defunto registrato prima di Leopardi era stato sepolto nell'ossario delle Fontanelle. Quindi cosa si deve concludere? Probabilmente che la sepoltura di Leopardi fosse proprio nel cimitero che stiamo visitando. L'amico Ranieri avrebbe quindi mentito, dicendo di averlo inumato in San Vitale, ma perchè? La causa della morte fu il colera? Anni dopo, lo stesso Ranieri rincarò la dose sostenendo di avere fatto riaprire la bara ed essere rimasto in contemplazione del cadavere dell'amico. Perchè avrebbe fatto una simile messinscena? Sta di fatto che nel 1900 la bara venne aperta per una ricognizione scientifica ma vi si trovarono soltanto dei frammenti ossei e un femore sinistro, che risultarono insufficienti per fare delle analisi ma confermarono una cosa: non appartenevano ad un individuo affetto da tubercolosi, come lo era stato Leopardi! Nel 1939 le presunte spoglie furono traslate con grandi onori nella tomba monumentale allestita per lui al Parco Virgiliano, che in vita gli era stato particolarmente caro perchè la tradizione vi ha sempre collocato la tomba di Virgilio. Ancora oggi, però, non sappiamo a chi realmente appartengano le spoglie spacciate per quelle di Leopardi. Tutto ciò non toglie minimamente lo Spirito del poeta solitario, da noi tra l'altro particolarmente amato.

Il Rione Sanità ospita diversi bellissimi palazzi settecenteschi; abbiamo potuto vederne, dall'esterno, un paio. Il primo è il Palazzo Sanfelice, in via Arena della Sanità, fatto costruire dall'architetto Ferdinando Sanfelice, da cui trasse il nome. Il personaggio fu marchese del Seggio (o Sedile) di Montagna e tra il 1724-1728 realizzò questo splendido palazzo come residenza per sè e la moglie Agata Ravaschiero di Satriano. Situato sulla collina di Fonseca sfruttandone la vegetazione, si apriva in posizione panoramica, dove la corte reale passava per recarsi alla vicina Reggia di Capodimonte. L'edificio si compone di due strutture raccordate da una facciata decorata con stucchi. L'architetto Sanfelice volle provare soluzioni diverse dal consueto, per il suo palazzo, e per questo troviamo due cortili di forma diversa, uno ottagonale al civico 2 e l'altro al n. 6. Proprio qui ammiriamo la "scala ad ali di falco" o aperta, primo esperimento del genere, precoce stile di palazzo settecentesco a Napoli. Il sistema di arcate su pilastri consente all'osservatore di godere di una completa visuale dell'edificio, dall'androne al giardino che si estende alle spalle della predetta scala. Ciò dava una sensazione di "cadere addosso": da qui pare nacque l'appellativo dato al Sanfelice di Ferdinando lievt' 'a sotto (Ferdinando levati da sotto). Questo cortile è stato l'ambientazione del film Questi fantasmi (trasposizione cinematografica della commedia di Eduardo de Filippo), Le quattro giornate di Napoli (di Nanni Loy), Gegè Bellavita (di Pasquale Festa Campanile), e altri.

La seconda dimora che la guida ci mostra è il Palazzo dello Spagnuolo, nel cuore del vallone dei Vergini. Fu fatto realizzare dal marchese di Poppano Nicola Moscati a partire dal 1738, unificando due preesistenti edifici che la moglie aveva ricevuto in dote dal padre, il barone d'Albanella. Il progettista fu Francesco Attanasio ma siccome anche qui troviamo la scenografica "scala ad ali di falco" di matrice sanfeliciana, si dubita sulla paternità di quest'ultima. Il palazzo, tra numerose vicissitudini, passò in mani diverse, tra cui quelle di Tommaso Atienza, detto lo Spagnuolo, nomigliolo che rimase al palazzo. Dopo di lui vi furono altri proprietari e la vita dell'edificio non fu tranquilla; a fine Ottocento fu frammentato catastalmente e venduto in porzioni separate. Il re Carlo di Borbone usava sostare qui dirigendosi a Capodimonte, per il cambio dei cavalli, che sostituiva con i buoi, animali più lenti ma più forti per sostenere la salita della collina. Furono ospiti anche Umberto di Savoia, numerosi intellettuali e artisti. Una lapide attesta che negli anni Trenta del XX secolo fu sede della gendarmeria fascista (al II piano) e per questo è conosciuto anche come Palazzo del Fascio. Fu danneggiato in seguito ai bombardamenti del 1943 e nel 1980 subì problemi causati dal terremoto. I restauri hanno restituito i colori originali, quegli insoliti verde e rosa che stupiscono e attirano l'attenzione: forse furono ispirati da una moda mittleuropea portata a Napoli dalla corte vicereale austriaca nel XVIII secolo. Anche questo palazzo è stato location per parecchi set cinematografici, da Il Giudizio Universale (di Vittorio de Sica, 1961) a La Pelle (di Liliana Cavani, 1981), da Piedone lo Sbirro (di Steno, 1973) a Mi manda Picone (di Nanni Loy, 1983) fino al più recente Passione (di John Turturro, 2010).

Prima di lasciare il vallone dei Vergini parole dobbiamo spenderle sul curioso toponimo: a cosa è dovuto? E' antichissimo, anzitutto, risalendo ad una confraternita greca residente nel quartiere, il loro nome era Eunostidi, adoratori del dio della castità, chiamato Eunosto. Votati alla temperanza e mantenendosi puri, erano detti Vergini. La comunità maschile basava il proprio credo su un fatto mitologico che aveva come protagonista Eunosto, giovane di bell'aspetto ma ovviamente casto. Di lui si innamorò Ocna, figlia di un magistrato, che tentò di sedurlo in ogni maniera, senza riuscirvi. Irritata e ferita nell'orgoglio, la ragazza raccontò ai fratelli di avere subito violenza dal bel giovanotto che, senza colpa nè pena, fu trucidato per vendetta. Qualche tempo dopo la verità emerse e i due fratelli furono arrestati, Ocna si suicidò e ad Eunosto fu innalzato un tempio dai cittadini, per rendergli omaggio. Questa la leggenda ma, a livello archeologico, c'è dell'altro: nel corso del decennio 1950-'60 furono effettati degli scavi presso la Casa della Mssione, che portarono in luce alcuni resti di un tempio di vestali ossia di Vergini (femmine) [3]. Su quali basi non lo sappiamo perchè non abbiamo trovato notizie in merito.

Nella chiesa di S. Maria dei Vergini ricevettero il battesimo diversi personaggi illustri come Sant'Alfonso Maria de' Liguori, l'architetto Ferdinando Sanfelice e Antonio de Curtis (Totò). Sotto la chiesa sono presenti affreschi pertinenti un precedente edificio gotico.

Via dei Vergini (al pari di molte altre del rione) è sempre servita come canale di scolo delle "lave" (cioè acqua e fango) che scendevano a valle dalle colline circostanti. Durante le forti alluvioni si incanalavano in questo ampio tratto per poi defluire- attraverso le attuali Via dei Crociferi e via Fuori Porta San Gennaro- nel largo delle Pigne, l'attuale Piazza Cavour.

Rione Sanità, perchè il “Borgo dei Vergini” si chiama così?
Rione Sanità, perchè il “Borgo dei Vergini” sIl Vallone dei Vergini termina a ridosso di Porta San Gennaro, dove si conslude anche il nostro percorso. La Porta fu così chiamata perchè i napoletani la attraversavano per percorrere il famoso Miglio, antico pellegrinaggio che conduceva alla tomba del santo. Lo stesso "Miglio Sacro" che abbiamo visitato oggi, in un susseguirsi di emozione e stupore. Un tempo era chiamata Porta Tufo perchè affacciava sulle cave di questo materiale da costruzione. Porta San Gennaro segna il confine tra la Napoli extra-moenia e l'inizio della città murata.

 

 

  • Termina qui anche il nostro soggiorno nella città partenopea. Torneremo prossimamente per visitare altre zone, per apprendere nuove leggende, per lasciarci ammaliare dai suoi tanti volti.
(Vi trovate nello SPECIALE NAPOLI. Se volete approfondire gli argomenti che avete letto, cliccate sui collegamenti ipertestuali  e sarete direttamente nei nostri articoli dedicati a quell'argomento). Vietata la riproduzione di testo e/p immagini  senza autorizzazione e/o citazione delle fonti.
 
 
[1] Il Regno di Napoli ebbe inizio nel 1302 con la Pace di Caltabellotta e durò fino al 1816. Dopo i Romani, la città fu una provincia bizantina retta da un governatore militare (dux). Alla fine del VI secolo d.C. e fino al 1137, Napoli fu un Ducato, retto autonomamente da nobili famiglie, che si tramandavano la carica ereditariamente, fino a quando venne annesso al Regno di Sicilia ad opera d Ruggero di Sicilia.  Dai sovrani della dinastia di origine normanna, nel 1198 il Regno di Sicilia passò alla casata degli Hohenstaufen con Federico II di Svevia e restò nelle mani di questa famiglia fino al 1266, quando l'ultimo re (Manfredi), fu sconfitto dai Capetingi ci Carlo I d'Angiò, che tuttavia perse l'isola di Sicilia per i Vespri Siciliani. Il popolo offrì la corona a Pietro d'Aragona. Quindi si ebbe una spaccatura tra il Regno di Sicilia Citeriore e Ulteriore, che si risolse con la Pace di Caltabellotta, che metteva d'accordo aragonesi e angioini per il possesso dell'Italia meridionale. In realtà la vera pace non si ebbe mai. Comunque Carlo II d'Angiò, della dinastia capetingia, fu il primo re del nuovo Regno di Napoli. I Capetingi regnarono dal 1282 al 1442, quando vi fu la riconquista aragonese di Alfonso I (1442-1458); il Regno di Napoli passò poi sotto il governo di un ramo cadetto della casa d'Aragona (1458-1501) e in questo periodo la capitale del Regno, Napoli appunto, divenne famosa per lo splendore della sua corte e il mecenatismo dei sovrani. Nel 1504 iniziò un lungo periodo chiamato dei Vicerè: a causa della guerra tra Francia e Spagna, il Regno di Napoli venne drasticamente unito alla monarchia spagnola borbonica, insieme a quello di Sicilia. Entrambi i regni divennero vicereami distinti (ultra et citra Pharum) e con la conseguente distinzione storiografica e territoriale tra Regno di Napoli e Regno di Sicilia. Benché i due regni, nuovamente riuniti, ottennero l'indipendenza con Carlo di Borbone nel 1734, l'unificazione giuridica definitiva di entrambi i regni si ebbe solo nel dicembre 1816, con la fondazione dello Stato sovrano del Regno delle Due Sicilie, che terminò con l'unificazione d'Italia (1860) (per approfondimenti vedi Regno di Napoli)
[2] Il concetto di “purgatorio” non esisteva prima del XII secolo o, meglio, non veniva considerato (nel Vangelo non è menzionato). In quell’epoca iniziano invece a circolare, da parte ecclesiastica, testi appositi che insegnano a morire, a prepararsi; la creazione delle Indulgenze induceva altresì il popolo a redimersi dai propri peccati in previsione di una pena o della salvezza eterna. Si arrivò anche a lucrare su questo: bastava infatti pagare per avere in cambio salva l’anima! Con il Concilio di Trento venne ribadito con forza il concetto di “purgatorio”: i cattolici erano tenuti a credervi (al contrario dei protestanti che non ne contemplavano l’esistenza). L’Europa si divise su questo; da un lato la chiesa tridentina, tra XVI e XVII secolo, portò in auge l’importanza del purgatorio, i protestanti la rinnegavano. Nacquero molte chiese dedicate alle Anime del Purgatorio, specialmente nel corso del 1600, e in quel periodo nacquero e proliferarono le Confraternite ad esse correlate. Tali congreghe vennero create praticamente ovunque e servivano ad indurre i fedeli a pregare per le anime purganti, quelle in “attesa” di passare nel Paradiso. Venne incentivato il fatto di dare degna sepoltura (molti non se lo potevano permettere), pagando ovviamente. La Chiesa Cattolica Romana diventò intermediaria tra i vivi e i morti: far celebrare una Messa in onore di un defunto, ad esempio, avrebbe aiutato quest’ultimo a compiere il viaggio nell’oltretomba verso la salvezza dell’Anima. Ciò rassicurava i fedeli perché il proprio congiunto avrebbe goduto della Luce di Dio. I vivi potevano quindi fare ancora qualcosa per i morti. Le leggende sui fantasmi erano ricondotte, in ambito cattolico cristiano, alle povere anime purganti che cercavano pace, suffragio, che potevano destare tristezza ma non timore. La figura della Madonna venne collegata a colei che è deputata ad aiutare le anime del purgatorio, unica che può scendere nel limbo a rinfrescarle con il proprio latte. Naturalmente a livello popolare si infarciva la religione con il folclore, con superstizioni e credenze (vedi nostro articolo pregresso)
Il concetto di “purgatorio” non esisteva prima del XII secolo o, meglio, non veniva considerato (nel Vangelo non è menzionato). In quell’epoca iniziano invece a circolare, da parte ecclesiastica, testi appositi che insegnano a morire, a prepararsi; la creazione delle Indulgenze induceva altresì il popolo a redimersi dai propri peccati in previsione di una pena o della salvezza eterna. Si arrivò anche a lucrare su questo: bastava infatti pagare per avere in cambio salva l’anima! Con il Concilio di Trento venne ribadito con forza il concetto di “purgatorio”: i cattolici erano tenuti a credervi (al contrario dei protestanti che non ne contemplavano l’esistenza). L’Europa si divise su questo; da un lato la chiesa tridentina, tra XVI e XVII secolo, portò in auge l’importanza del purgatorio, i protestanti la rinnegavano.

Maggiori informazioni https://www.duepassinelmistero2.com/studi-e-ricerche/arte/italia/puglia/le-mummie-di-monopoli-ba/

[3] "Il Rione Sanità ancora da scoprire", a cura della Cooperativa La Paranza (Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2016), p. 129