La Necropoli Daunia sul Monte Saraceno a Mattinata (FG)

                                                            (Marisa Uberti)

 

                                    

 

Visitare un territorio significa conoscere anche le origini del popolo che attualmente lo abita, per questo –giunti a Mattinata - abbiamo colto l’opportunità di salire sul Monte Saraceno[1], una modesta altura (260 m s.l.m.) ma di enorme importanza storico-archeologica: la necropoli-santuario dei Dauni[2].  La ricchezza di questo sito depone per una egemonia politico-militare su un territorio molto vasto, probabilmente su tutta la Puglia settentrionale. Da questa posizione strategica veniva controllato l’approdo dei traffici marittimi tra le due sponde dell’Adriatico. Monte Saraceno era l’unico porto attivo tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro[3] e qui era stanziata una rilevante quantità di popolazione. Da dove arrivassero i Dauni è ancora un argomento dibattuto ed esiste una doppia tradizione: una sostiene l’origine greca (cretese), l’altra l’origine illirica. Il termine “Dauni” si deve ai Greci (Daùnios), sulla base dell'indoeuropeo dhauno, “lupo”.

Anticamente il Monte Saraceno si chiamava Mons Matinus e i suoi abitanti Matini, tribù di stirpe Dauna. L’altura è la propaggine più estrema del promontorio del Gargano, ricoperto di vegetazione[4]  e strapiombante sul mare. Per raggiungere la necropoli si deve risalire la Strada Statale n. 89 Manfredonia- Mattinata, fino alla diramazione di Sellino Cavola, poi si lascia l’auto e si continua a piedi per circa un chilometro. Il percorso – su sentiero sterrato- si snoda in un paesaggio sublime: dapprima si potrà vedere, nel fondo valle, la macchia bianca dell’agglomerato urbano di Mattinata, con gli uliveti della pianura, e poi la baia, il mare azzurro e il sovrastante profilo del Monte Sacro.

 

                              

                  

                 

                 

 

 

Monte Saraceno è chiaramente visibile anche stando sulla spiaggia di Punta Rossa, detta anche Punta Grugno (nel Comune di Monte Sant’Angelo) ed è possibile raggiungerlo anche attraverso il percorso del "Saraceno Trail"[5], che si snoda ad anello partendo e arrivando nella piazza centrale di Mattinata (3 km di passeggiata o corsa) E' imperniato, per un tratto, sul vecchio Tratturo, ripulito e recuperato che, attraverso la Porta Daunia, conduce al crinale del monte, insinuandosi in mezzo alla necropoli. Spettacolare!

Sul lato rivolto verso Punta Rossa si trovava la Torre Saracena (appartenente al sistema difensivo della costa realizzato tra il XV e il XVI secolo), crollata a causa di un violento terremoto del XVIII secolo, che comportò anche degli sconvolgimenti nell’area. Sempre da questo lato si sono avuti i maggiori mutamenti (sbancamenti, terrazzamenti, spianamenti, che la Marina Militare attuò durante la I Guerra Mondiale con la realizzazione di bunker e casematte (oggi in completo abbandono).

 

 

Il tempo e l'oblio avevano cancellato le tracce della vasta necropoli; fu individuata solamente nel 1884[6], ma si dovettero attendere molti anni affinchè le ricerche riprendessero, assumendo un carattere sistematico e scientifico. Dal 1958 al 1962 venne condotta una campagna di scavo da parte della Missione Paleo-Antropo-Geografica dell’Università di Padova e della Missione Archeologica Garganica, diretta da C. Corrain. Furono esplorate le tre “punte” che caratterizzano questo Monte, chiamate rispettivamente Spinelli (a nord), il Sellino di Cavola e “U Signale”, sulla sommità del promontorio, dove venne rinvenuto un ampio abitato e la necropoli corrispondente.

 

                  

 

E’ stata una fortunata coincidenza aver potuto conoscere, mentre visitavamo Mattinata e prima di salire sul Monte, il prof. Michele De Filippo, un insegnante in pensione appassionato di storia e d'arte, molto gentile e disponibile, che ci ha parlato della Necropoli Dauna e delle scoperte lì avvenute, dei reperti che sono stati ritrovati e dell’importanza di far conoscere questa realtà locale, che è tra le più rilevanti della regione. Ci ha parlato anche del dottor Matteo Sansone (1916- 1992), fondatore della Farmacia omonima, che bisogna assolutamente visitare[7]. E’ infatti una Farmacia-Museo, dove è allestita la Collezione di reperti che in una vita vennero raccolti da quest’uomo che si definiva “"archeologo per passione, farmacista per necessità". I lettori penseranno che cosa c’entri questo con la visita alla necropoli Dauna, eppure le due cose sono strettamente collegate perché fu proprio il dr. Sansone ad individuare sul Monte il settore delle “steli Daune” e a segnalarle. Nella sua Farmacia, che continua l’attività tramite gli eredi, si può –tra le altre cose- ammirare la stele del mostro infernale o Stele Sansone,  come la appellò l’archeologo Silvio Ferri, rendendo onore al suo scopritore.

Eccoci dunque alla scoperta di questa straordinaria necropoli del Monte Saraceno, che si estende per circa due chilometri di lunghezza. Dalla piana di Mattinata una “Via Sacra” saliva al Monte; si tratta di un ripido sentiero che in alcuni tratti è intagliato nella roccia. Si possono riconoscere anche i solchi dei carri, in alcuni punti, che si arrestano davanti a quello che doveva essere l’ingresso alla città, all'altezza della “Porta Dauna”. In realtà non ci si aspetti di trovare una vera e propria porta, ma si tratta di uno stretto passaggio ottenuto “dividendo” la roccia. Ad altezze diverse ma su entrambi i lati si vedono grossi fori nelle due pareti rocciose, usati verosimilmente per mettervi dei pali di legno che chiudevano l’accesso.

 

  

  

 

Oggi sappiamo che le tombe ritrovate sono circa 500 (un numero elevatissimo, per questo è una necropoli veramente eccezionale). Si trovano sia sul crinale del promontorio che nella parte digradante verso il mare. Sono tutte scavate nella roccia, tranne una che è terragna e fu ritrovata nel 1959 in località “Intorcia” (Masseria Fandetti); ha andamento a L e un muretto a secco di protezione. Conteneva i resti di 26 individui (maschi e femmine), utilizzata dal X sec. a.C. fino all’VIII sec. a.C.

Quando si arriva sulla spianata dapprima si rimane disorientati per il paesaggio, poi si cominciano a vedere le “buche” nella roccia, come vuoti occhi di un immenso volto. La loro forma è curiosa perché non hanno le dimensioni medie di individui umani, segno che i defunti non vi venivano deposti supini ma rannicchiati, in posizione fetale, come nel grembo materno. E’ infatti questa una caratteristica del rituale funerario di quelle antiche popolazioni, le tombe a forma di utero: simbolicamente affidavano alla Madre Terra il compito di far germogliare (in una dimensione invisibile) una nuova vita. Il defunto veniva sepolto con il proprio corredo; molte sono state trovate completamente vuote, segno che erano state violate già in antico. In  alcune tombe è stato osservato un “rialzo” della roccia, come una sorta di cuscino di pietra per accogliere la testa[8]. Sopra l’imboccatura era generalmente collocato un lastrone di pietra (che in taluni casi è stato ritrovato spezzato, all’interno), che però si poteva anche rimuovere in caso di altre sepolture. Si è appurato, infatti, un riutilizzo del loculo (i resti dei precedenti inumati, venivano spostati lateralmente), ma per una-due generazioni (50-70 anni), non di più. L’analisi dei reperti trovati nelle tombe non supera il secolo. Forse tombe di famiglia? Gli archeologi hanno notato che le tombe sono disposte in nuclei sepolcrali distanziati e separati tra loro; ciascun nucleo è composto da tombe ravvicinate. E’ stata messa in evidenza anche la presenza di una canaletta per lo scolo delle acque piovane, intorno alla stretta imboccatura.

 

                  

                  

 

La profondità delle tombe è di circa 110-130 cm ed un' ampiezza alla base di 90-110 cm; l’imboccatura sub-rettangolare è di 40 x 70 cm, ma in alcuni casi essa è crollata e troviamo imboccature circolari. L’orientamento dei sepolcri è prevalentemente Est-Ovest.

Il corredo tombale, nei casi in cui è stato possibile recuperarlo, non era nella sua collocazione originaria: anzitutto perché, venendo inumati più individui nella stessa fossa, venivano spostati sia i resti che gli oggetti appartenuti al defunto "precedente"; inoltre va considerata l’azione delle radici degli alberi che si sono infiltrate nella cavità delle tombe. I corredi inventariati comprendono: oggetti di ornamento, coltelli, pugnali,  spade in ferro (già presenti in tombe del IX sec. a.C.). Nelle tombe più antiche (X sec. a.C.) è quasi del tutto assente il repertorio vascolare (ceramiche), ma dall’VIII sec. a.C. si fa sempre più presente un’articolata e varia suppellettile di vasi d’impasto e ceramica dipinta daunia. Insieme alla presenza di oggetti d’ornamento di  pregio d'importazione, questo testimonia l'esistenza di rapporti di scambio tra i Dauni del Gargano e i popoli dell’altra sponda adriatica (Illiria e Balcani), come con popolazioni della Basilicata, della Calabria e della Campania. I corredi non evidenziano grosse differenze sociali, sebbene alcuni oggetti siano più pregevoli di altri. Molto frequente l’impiego di catenelle sottili in bronzo, largamente impiegate nei pettorali e, per confronto, con gli elaborati pendagli piceni. Interessanti i ricorrenti motivi a spirale;  particolarmente bella la fibula a quattro spirali o cruciforme con supporto ad arco di violino, proveniente dalla tomba n.58 del settore V.S. Tipologia diffusa in Basilicata e Calabria, scarsamente in Illiria ma attestata in Grecia nel IX-VIII sec. a.C.

Le armi non sono presenti in quantità, cosa che fa ritenere agli archeologi una certa pacificità di questo popolo, dedito soprattutto all’agricoltura, favorita dalla fertilità della vicina pianura e dal clima. Attività correlate erano quelle dell’allevamento del bestiame (caprini, ovini, maiali), dell’esportazione di grano, legname, lana, tessuti e probabilmente anche ceramica. Sicuramente importavano il ferro dalle miniere della Slovenia, commercializzato da mercanti liburni e importavano anche oggetti finiti. Nelle tombe slovene dello stesso periodo è frequente la ceramica geometrica daunia. Non si hanno dati[9] per sapere se sul Monte Saraceno vi fossero strutture produttive come fornaci o fucine.

 

                    

                   

                  

 

  • Il villaggio

 

Dal 1962 al 1969 si rimise in luce un abitato, provvisto di fossato difensivo, scavato nella viva roccia calcarea. Esso tagliava da Nord a Sud la cima del Monte nel suo punto più stretto (“U Signale”). Il fossato isolava completamente il villaggio dalla necropoli, era lungo circa 15 m e largo 5 m ed era sovrastato da una muraglia alta 6 m, probabilmente rinforzata con pali di legno. Un’opera davvero possente! Sugli altri tre lati il villaggio era protetto in modo naturale da pendii rocciosi scoscesi. Le abitazioni erano del tipo a capanna sub-circolare, o a ferro di cavallo, fatte di frasche e pelli con sostegni di legno.

All’interno dell’area sono emersi notevoli reperti di tipo ceramico che hanno permesso di stabilire una cronologia che copre un periodo compreso tra la fine dell’Età del Bronzo (proto-daunio) al IV sec. a.C. almeno. Datazioni confermate dagli scavi più recenti (1981-1983[10] e 1984-1991[11]) che, oltre ad approfondire esplorazioni pregresse, si sono diretti su nuove aree. Gli scavi sono stati ausiliati da tecniche di analisi dei resti ossei. E’ stato rilevato che le sepolture più antiche si trovano a ridosso dell’abitato, e se ne sono gradualmente allontanate con il passare del tempo (quelle più recenti sono più distanti).

 

    

   

 

  • Le sculture

 

Di spiccato interesse apparve l’attività scultorea del villaggio, perché sparse per la necropoli si trovavano numerose ed enigmatiche sculture, utilizzate come “segnacoli” (semata sepolcrali) e sostanzialmente suddivisibili in due tipi:

  • monumenti antropomorfi (teste e stele)
  • monumenti geometrico-stilizzati (scudi stilizzati con una colonnetta-sostegno)

Le circa duecento sculture venute alla luce sono in calcare bianco locale e sono considerate l’espressione artistica più rilevante della Daunia nelle fasi di passaggio tra il Bronzo Finale e l’Età del Ferro.  Molto interessante è la diversa lavorazione dei manufatti. Per quanto riguarda le teste si annoverano tre tipologie:

  • alcune sono allungate dietro la nuca (come avessero uno chignon); sono di tipo iconico[12] e non. In alcuni esemplari sono rappresentati orecchini circolari.
  • altre teste presentano un’acconciatura a treccia[13] e si presentano sempre nel tipo iconico e aniconico.
  • alcune teste sono prive dei tratti del volto (coniche)

Le stele ritrovate sono sia iconiche che aniconiche. Quelle decorate si presentano in unico blocco, con incisioni geometriche (ma non solo). In merito alla funzione delle Stele e al loro significato, ne abbiamo parlato in un articolo a parte, discutendo il caso della cosiddetta Stele Sansone o "del mostro" di Mattinata.

Gli scudi si presentano di duplice fattezza: alcuni sono di forma massiccia e poco rifinita, altri hanno forma regolare e realizzati con grande cura.

Gli archeologi hanno potuto raffrontare alcune teste della necropoli di Monte Saraceno trovando analogie con quelle di Arpi e Troia (FG), con quelle dei cosiddetti “pugliatori” del Monte Prama in Sardegna, che presentano lo stesso schema “ a T” del volto[14], un naso forte, occhi a doppio cerchietto, e la bocca segnata da un breve tratto inciso (datate al VII sec. a.C.).

 

 

La maggior parte di questi manufatti si trova nel Museo Nazionale di Manfredonia, allestito nel Castello (purtroppo quando noi vi siamo andati, era chiuso per lavori in corso). Altri si trovano nel Museo Civico di Mattinata (anch'esso trovato chiuso). Una delle stele più misteriose e interessanti l'abbiamo però vista, perchè fa parte della collezione Sansone, allestita presso la Farmacia-Museo di cui abbiamo parlato e alla quale abbiamo dedicato un articolo a parte.

 

  • Decadenza

 

Attorno al VI  sec. a.C. gli intensi rapporti tra le due coste dell’Adriatico vennero interrotte dalla potenza greca, che colonizzò la costa adriatica occidentale. A partire dal VII sec. a.C.  si erano poi andati sviluppando i centri di Arpi, Siponto e Salapia, che tolsero l’egemonia sul controllo degli scambi commerciali  a Monte Saraceno, che decadde. Che fine fecero i Dauni che erano qui stanziati? Dalle evidenze archeologiche l’altura venne abbandonata dopo il IV sec. a.C.  E’ possibile che chi ancora vi abitava abbia pensato di trovare un altro posto, di integrarsi altrove. Questo non pare sia stato mai approfondito.  Il ritrovamento della Villa Romana di Agnuli, presso  il porto attuale di Mattinata, è l’unica testimonianza di ripresa della zona.

 

 

            

 

Pare che, tra alterne vicende, i Saraceni siano rimasti arroccati sul Monte Saraceno a lungo. Giunti tra il 718 e 871 d. C. (ancora incerta la data precisa), furono sconfitti definitivamente solo nel 1032 dai Normanni e scacciati dal Gargano. Da loro prese il nome l’altura, dalla quale potevano facilmente scendere per depredare e incendiare villaggi. A testimonianza della loro lunga permanenza su Monte Saraceno sono rimaste, oltre alla denominazione della località, vestigia delle loro fortificazioni e molte centinaia di sepolture.

 

 

Su questo promontorio D. Pedro di Toledo fece costruire una Torre di vedetta, trasformata in seguito in Stazione Semaforica, che fu distrutta dal violento sisma del 1893, insieme al Faro[15] (che fu allora eretto su un fianco del Monte).

 

 

                 

 

 

Con le sue affascinanti rovine e i suoi secoli di storia, nonostante non sia valorizzato come meriterebbe, questo luogo merita una visita accurata. La discreta fatica che si compie per salire fino alla cima, viene ampiamente ripagata, non solo per tutto quello che abbiamo fin qui cercato di illustrare, ma dal favoloso panorama sul mare blu cobalto, che procura incessanti emozioni. Siamo infatti qui, su questo lembo di terra, tra cielo e mare, tra memorie antichissime e il presente che scivola sulle onde. Ci viene da sorridere perchè ci risiamo: non riusciamo mai a goderci le vacanze stando tranquilli sulla spiaggia, in totale relax! Mille chilometri ci separano da casa nostra, milioni di passi, altro che due...Ma ogni volta che partiamo siamo spinti dalla voglia di esplorare nuovi orizzonti, per poter aggiungere un piccolo tassello all'immenso mosaico della Conoscenza.

 

                                                            

 

  • Curiosità: il Monte Saraceno è la parte finale della "Linea Sacra di San Michele": una volta giunti sulla cima, infatti, si "precipita" verso il mare, a Punta Rossa (o Punta Grugno), a picco sull'Adriatico.

 

                                                           

 

(Autrice: Marisa Uberti. Foto e testo non possono essere riprodotti senza autorizzazione e citazione delle fonti).

 

 


[1] Denominazione proveniente da un arroccamento dei Saraceni

[2] Nome dato alle popolazioni stanziate nel Gargano appartenenti al complesso di genti stanziate in Puglia in età protostorica e preromana, designate anche con il nome latino di Apuli (da cui il nome della regione, Apulia) Si ripartivano territorialmente in Dauni a N (prov. di Foggia), Peucezi al centro (prov. di Bari) e Messapi a Sud (nel Salento) (Enciclopedia Treccani.it)

[3] In quel periodo stavano esaurendo d’importanza gli stanziamenti più antichi del Gargano settentrionale come Manaccore e Molinella, mentre centri  come Siponto, Salapia ed Arpi erano ancora nelle fasi iniziali

[4] Rigogliosa macchia mediterranea: lentisco, olivastro, rosmarino, ginepro, pino d’aleppo, capperi, felci, biancospino, timo, camomilla, malva, rucola e cespugli sempreverdi.

[5]A titolo informativo, è compreso nel nuovo “Gargano Running & Trekking Park”, una rete di sentieri mappati e segnalati che coprono 160 km e che, partendo dal centro di Mattinata, permettono di toccare – a piedi - tutte le caratteristiche e le unicità del Gargano e del suo Parco Nazionale. E’ formato da 7 tracciati che hanno inizio in corso Matino, 66 a Mattinata, dove ha sede la I.A.T.

[6] A. Benucci indicò il Monte Saraceno come un immenso sepolcreto e indicò la presenza di tombe scavate nella roccia in tutto il Gargano. Nel 1872 era stato il capitano di Artiglieria A. Angelucci a dare notizia di fortuiti ritrovamenti di reperti atti a risalire agli antichi abitatori del territorio garganico (v. Nava, M. Luisa- Fuligni, Roberta “Note per la conoscenza della prima età del Ferro in Daunia: l’insediamento protostorico di Monte Saraceno (Gargano)

[7] Lungo il centralissimo Corso Matino a Mattinata

[8] Si ritiene che le tombe venissero riempite gettandovi dei sassi, ma la testa si trova sempre in punti “riparati” dalla caduta delle pietre stesse

[9] Perché l’abitato è stato in gran parte distrutto

[10] Soprintendenza Archeologica di Taranto

[11] Soprintendenza Speciale per la Preistoria e l’Etnologia di Roma

[12] Tratti del volto incisi e a rilievo

[13] Una testa reca un diadema inciso

[14] Tale tipologia ricorda anche le più antiche statue-stele protostoriche e le statue-stele della Lunigiana (gruppo Pontevecchio)

 

Argomento: Necropoli Daunia di Monte Saraceno

Grazie

Daniela 21.07.2016
Grazie per larticolo accurato è interessante. Siamo appena tornati dà un'esplorazione di 3 ore a piedi dal paese e l'articolo è molto illuminante!

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