Le enigmatiche formelle di Giugliano in Campania nella Chiesa di Santa Sofia

                                            (Speciale Campi Flegrei)
 
                                             (a cura di Marisa Uberti)
 
  • La città di Giugliano, brevi note storiche

 

Giugliano in Campania è una città molto popolosa (è il terzo comune della regione Campania per popolazione) ma anche ricca di storia e di edifici interessanti. Come abbiamo già accennato in altra pagina di questo Speciale, dopo l'abbandono di Liternum gli abitanti si trasferirono a Giugliano intorno al IV secolo d.C. ma l'area ha conosciuto insediamenti di molto precedenti, essendo stata abitata fin dall'Età del Ferro da genti di stirpe italica, poi dagli Osci e dai Romani che qui, nella fertile Campania felix [1] dovevano possedere diversi insediamenti, come testimoniato dai reperti archeologici rinvenuti. La città è attraversata dall'antica Via Consolare Campana (detta anche semplicemente Via Campana di cui, nel XIX secolo, fu realizzato un nuovo tracciato che, in diversi tratti, si sovrappone all'antico). La direttrice era lunga 21 km: partiva dall'Anfiteatro di Pozzuoli (Puteoli) e, snodandosi tra antichi crateri e diversi paesi, finiva sulla Via Appia a Capua antica (attualmente comune di S. Maria Capua Vetere). La Strada era fiancheggiata da sepolcri romani anche sontuosi; forse proprio dai loro ruderi, recuperati e riadattati dai contadini, sorsero nuove abitazioni, le masserie, che costellano le campagne giuglianesi.

Una tradizione vorrebbe che il toponimo Giugliano derivi dalla presenza di una villa appartenuta a Giulio Cesare (Julium) presso cui sarebbe sorto un villaggio chiamato Julianum. Secondo altre versioni, invece, l'origine del nome sarebbe da ricercarsi nella fuga di un gruppo di Cumani nel 421 a.C. che, accampatosi qui, chiamò la zona Leirianum, per l'estesa fiotirura di gigli e quindi Lilianum. I vari aggiustamenti lessicali (come Gioglianello, Gigliano) portarono poi al nome odierno. Comunque sia la questione etimologica, ritroviamo un esodo di Cumani nell'agro di Giugliano, storicamente documentato, nel 1207, quando Cuma fu distrutta definitivamente. Fu allora che si trasferì anche il clero e il Capitolo Cattedrale, portando seco il culto di San Massimo e di Santa Giuliana (altro nome che si sposa bene con Giugliano, di cui fu patrona per un certo periodo). La diocesi di Cuma risulta una tra le più antiche in territorio campano (III secolo d.C.) e fu soppressa nel 1207, pur non essendovi un atto formale di soppressione, tant'è che sopravvive come sede vescovile territoriale. Il teritorio diocesano venne unito a quello di Aversa mentre gran parte delle reliquie che si conservavano nella cattedrale di Cuma (sorta sul Tempio di Giove) finì in gran parte a Napoli. Gli scavi del XX secolo eseguiti sull'Acropoli di Cuma, nell'area del tempio di Giove, hanno permesso di identificare con certezza le strutture episcopali, di confermare la dedicazione della cattedrale a San Massimo e di trovare la menzione di un vescovo cumano di nome Giulio, fino ad allora sconosciuto. Va ricordato che il patrono della città di Giugliano è San Giuliano da Sora dal 1622 e che nella chiesa di Santa Sofia vi è una Cappella dedicata a lui (Cappella del Tesoro). Ed è proprio su questo tempio di culto che ci soffermiamo.

  • La chiesa di Santa Sofia e le sue proporzioni armoniche

Eretta tra il 1622 e il 1693, prese il posto di una precedente chiesa dedicata al Corpo di Cristo e fu progettata da Domenico Fontana, che si ispirò alla chiesa romana di Sant'Andrea della Valle. La maestosa mole della chiesa Collegiata, dalla cupola maiolicata, prospetta con il lato nord sulla vivace Via Campana dove, alla base della torre campanaria, troviamo tre interessanti formelle in marmo bianco, che spiccano sullo sfondo di pietra scura (piperno) del campanile. Dei pannelli informano che si tratta di copie fedeli agli originali, che furono trafugati nella notte del tra il 31 maggio e il 1 giugno 1994. Per dieci anni le nicchie vennero lasciate vuote per ricordare l'atto sacrilego ma poi, si legge, nel 2004 si provvide a riprodurre i manufatti perchè "i vuoti non avrebbero aiutato le nuove generazioni a conoscere le nostre origini". A quali origini allude questa frase, verrà presto compreso.

L' inserimento di queste copie consente anche a noi forestieri, oggi, di ammirarle e, sentendocene incuriositi, abbiamo voluto approfondirne un po' il significato. Pu essendo rifacimenti, dobbiamo pensare che le formelle riproducano comunque soggetti identici agli originali, anche se proprio identici non sono, per la verità, ma avremo modo di fare le debite considerazioni proseguendo il discorso. Il Campanile, a tre ordini, fu realizzato a partire dal 1776 e venne terminato nel 1785; si trovava staccato dalla chiesa, in mezzo a Corso Campano. Nel 1890, in occasione di opere edilizie di ampliamento e allineamento della strada, il monumento venne smontato pietra per pietra e rimontato nella posizione attuale. Nell’operazione venne ruotato di 90 gradi in modo tale che la faccia che presenta le formelle (considerata quella principale) non guardi più verso Cuma e Liternum ma verso Napoli. Perché?[2] La collocazione in mezzo al Corso Campano è sicuramente singolare: perché la torre campanaria era stata collocata lì? Le formelle erano rivolte, da quanto abbiamo capito, in direzione dell’altra grande chiesa di Giugliano, quella dell’Annunziata, che conserva la veneratissima statuetta della Madonna della Pace[3]. Quella chiesa, con annesso un antico ospedale, chiude infatti il Corso Campano a est.

A sinistra, veduta di Corso Campano verso ovest; a destra l'estremità orientale, chiusa dalla mole della chiesa della SS. Annunziata

Al tempo dell’erezione del nuovo tempio dedicato a Santa Sofia (1622) che vediamo ancora oggi, erano signori del feudo giuglianese i Pinelli, famiglia genovese che aveva monopolizzato la finanza di tutto l’impero spagnolo, compreso il Regno di Napoli[4]. La Collegiata fu voluta dalla Città e appartiene al popolo; la facciata prospetta su Piazza del Mercato (Piazza Matteotti) ed è rivolta a est, di conseguenza l’abside è a ovest e questa è un’orientazione non conforme alle prescrizioni canoniche della Chiesa Cattolica Romana, che prevedeva l’ingresso a ovest perché il fedele entrava dalle tenebre (dove il sole tramonta) e, procedendo verso l’altare, si dirigeva verso il sorgere del sole a est, identificato con il Cristo-Luce (ne abbiamo parlato tante volte in questo sito e si veda, principalmente, l'articolo dell'astrofisico prof. Gaspani sull'orientazione astronomica delle chiese cristiane).  La chiesa Collegiata di S. Sofia rispecchia una geometria armonica, come ha messo in evidenza l’architetto Pietro Pippo Pirozzi, incaricato di risistemare piazza Matteotti negli anni recenti, proprio dove essa prospetta. Eseguendo le dovute analisi progettuali, si è accorto che: “Il prospetto principale della chiesa è inscritto in un quadrato di 25 metri di lato; dalla scomposizione di questo quadrato, secondo rapporti aurei, furono ricavate le diverse parti dell’edificio, fino ai più piccoli elementi quali la finestra centrale e la nicchia sul portale. Si possono riscontrare tali metodi di proporzionamento per l’intero spartito architettonico della chiesa sia in pianta che in alzato. La scala poligonale al lato della chiesa è ricavata dalla metà di un decagono, figura notoriamente costruita secondo rapporti aurei. Altra singolare ricorrenza è l’utilizzo del numero cinque per diverse serie di elementi, dalle campate della navata ai gradini in facciata. L’asse ortogonale alla facciata è ruotato di circa 5° rispetto alla direzione Est-Ovest del Corso Campano. La facciata è a sua volta leggermente ruotata rispetto all’asse della navata. E’ stato sorprendente notare che uno dei due giorni dell’anno (10 settembre) in cui il sole tramonta esattamente in quella direzione, inclinata cioè di 5° rispetto al percorso equinoziale, coincide con la data in cui sarebbero state trasportate sul posto le reliquie della santa, di origine cumana, alla quale la chiesa è dedicata[5].

L'interno della chiesa, con un bellissimo pavimento maiolicato, custodisce pregevoli opere d'arte, oltre alla Cappella del Tesoro di San Giuliano. Molte sono le lapidi tombali e sappiamo che qui fu sepolto uno dei più illustri personaggi giuglianesi, Giovan Battista Basile, nato a Giugliano il 15 febbraio 1566. Questa figura di erudito è forse semisconosciuta ai più eppure vale la pena di essere ricordata perchè, tra le tante cose che fece, fu il primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare, anche se - a ben vedere- è molto probabile che dietro l'allegoria favolistica, egli abbia inserito una valenza filosofica, perchè le fiabe sono state utilizzate dai maggiori conoscitori dell'Arte per veicolare contenuti ermetici. La sua opera probabilmente più famosa è Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de' peccerille (pubblicato postumo nel 1634-'36), definito da Benedetto Croce "il più bel libro italiano barocco", dove tra l'altro compare per la prima volta il personaggio di Cenerentola. Quella che tutti conosciamo nella versione di C. Perrault, fu infatti giù scritta da Basile in una favola intitolata La gatta Cenerentola e si trova inserita tra le 50 favole che compongono il trattato. Quest'ultimo fu definito anche Pentamerone per la sua struttura letteraria: nel corso di cinque giornate immaginarie, vengono raccontate dieci fiabe per ciascun giorno, inserite all'interno di una cornice narrativa più ampia, anch'essa fiabesca, che raccorda e motiva tutti gli altri racconti. Prima di entrare in chiesa, una lapide ricorda che Giovan Battista Basile fu qui sepolto il 23 febbraio 1632 ma di questa tomba non abbiamo trovato memoria, all'interno. Vi sono diverse lastre tombali ma le loro iscrizioni non appartengono al Basile (perlomeno noi non l'abbiamo vista ma saranno gradite segnalazioni che ci indicheranno dove sia ubicata).

  • L'enigma delle formelle

Sembra certo che le tre formelle abbiano sempre mandato un messaggio: la discendenza dei giuglianesi dai Cumani e al contempo il loro primato culturale nei confronti di Aversa, sotto la cui diocesi era ed è posta la chiesa di Giugliano. Come a ribadire “Noi abbiamo un’identità molto più antica della vostra”. Ma al di là di questo, qual è il significato dei soggetti rappresentati su queste formelle? A quando risalgono? Da dove provengono? Sono correlate tra loro? Dove si trovavano, fino alla costruzione del Campanile in cui erano incastonate? Sul precedente di epoca anteriore o in altro luogo? A tale proposito va detto che nell’area esistevano una piccola chiesetta e un oratorio (intitolato allo Spirito Santo); la piccola chiesa era già dedicata a Santa Sofia e non era gestita da religiosi ma da due confraternite laiche, quella di S. Spirito e quella del Corpo di Cristo[6]

Le tre formelle sono comunemente indicate come quella del Sole, di S. Sofia e della donna gravida dormiente. Osserviamo dunque i soggetti per farci una nostra opinione; i manufatti sono copie degli originali, trafugati nel 1994, e furono rifatte nel 2004 dal prof. Mimmo Savino e dalla Proloco.

La prima formella, partendo da sinistra, raffigura un Sole con evidenziati i tratti fisionomici: sopracciglia, occhi aperti, grandi e con pupille (forse in origine colorate), naso largo, labbra semi aperte in un’espressione indefinibile. Attorno al disco solare si dispongono sedici raggi diseguali per forma e lunghezza. A  destra e a sinistra troviamo quattro raggi per parte, speculari: i due nel mezzo sono corti e appuntiti, quelli superiori e inferiori sono leggermente più lunghi e ondulati; sotto il mento del Sole vi sono tre raggi: quello nel mezzo è ondulato, i due ai lati sono appuntiti e la loro punta, andando a toccare due volti angelici posti agli angoli inferiori della formella, viene coperta dalle loro ali. Superiormente, il disco solare presenta cinque raggi, nessuno ondulato, sono tutti appuntiti: quattro vanno a toccare i volti angelici posti negli angoli superiori della formella e il quinto, nel mezzo, termina con un elemento simile ad una punta di freccia, rivolta verso l’alto, dove le ali dei puttini si incontrano (senza tuttavia toccarsi). Nella formella originale, tuttavia, le ali degli angioletti erano più brevi e il raggio-freccia vi passava in mezzo, dirigendosi verso la cornice superiore della formella stessa. Sul bordo esterno della formella corre un’iscrizione latina che recita:

CVMANV POPVLVS HIC SPERAT IN DIVAM

L'iconografia sembra alludere inequivocabilmente al dio pagano Helios/Apollo, che a Cuma e nel territorio era molto venerato anticamente, ma i quattro putti alati e l'iscrizione poco c'entrerebbero con esso. Certamente l'iscrizione latina è assai probabile che sia stata un'aggiunta posteriore, quando le formelle vennero murate nel campanile. L'iscrizione sembra riferirsi ad una divinità femminile, che alcuni commentatori collegano alla figura della seconda formella, come vedremo tra poco. In ogni caso, la formella del Sole racchiude in sè l'elemento Fuoco.

                                           

La formella del Sole che venne trafugata nel 1994: si noti lo stato di consunzione dei bordi e della scultura in generale. La si confronti, poi, con quella attualmente presente nella nicchia alla base del campanile

 

La seconda formella reca, a differenza delle altre due, una data sul bordo inferiore esterno: 1526. L’identificazione del personaggio raffigurato è facilitata dal nome inciso all’altezza del capo della figura femminile: S. SOPHIA, cui la chiesa collegiata è intitolata. A sinistra vi sono le lettere S. SO e a destra PHIA. La testa della donna è cinta da un copricapo simile ad una corona ed è aureolata (l’aureola pare, a sua volta, un ulteriore copricapo). Porta lunghi capelli sciolti e la sua espressione facciale è ieratica (vedasi originale). La veste che indossa è lunga fino ai piedi, che spuntano da sotto, coperti da calzature (non nudi); essi poggiano su una sorta di collina rocciosa. Sopra la veste vi è un manto, che ricade morbidamente al suolo. Le maniche della veste sono molto larghe e da esse spuntano le mani: la sinistra è appoggiata su un libro chiuso, la destra stringe un ramo di palma, emblema del martirio. Santa Sofia sarebbe stata giustiziata sotto l’imperatore Traiano insieme alle sue tre figlie Pistis, Elpis, Agape, nomi greci che tradotti diventano Fede, Speranza, Carità. Sophia (in greco Σοφία) è la Sapienza Divina ed è abbastanza logico che dietro questi quattro nomi si celi l’allegoria delle Virtù Cardinali. A livello cultuale, le prime notizie della loro esistenza e venerazione si data al VI secolo quando il presbitero Giovanni narrò di aver raccolto, sulla Via Appia, gli olii sui sepolcri dei martiri romani mentre sedeva Gregorio Magno sul soglio pontificio (590-604). Tuttavia Giovanni raccontò che su detta Via, le 4 martiri erano venerate con nomi latini mentre sulla Via Aurelia erano venerate con nomi greci. Com'è possibile? Dove si trovavano dunque sepolte? La questione non venne mai risolta e nel 760, sotto papa Paolo I, le spoglie delle martiri vennero traslate dalla Via Aurelia alla chiesa di S. Silvestro in Campo Marzio. Ma a chi appartenevano in realtà? La loro festa fu fissata al 1 agosto (Martirologio di Usuardo), ma nel Martirologio Romano troviamo una data per la madre (30 Settembre) e una per le figlie (1 agosto). Nella visione ermetica[7], Sofia è la Madre di Dio, che, di per sé, non ha bisogno di “essere” fisicamente perché è un Principio, preesistente alla Creazione ed eterna. Come una vera e propria Regina del Mondo, una Madre divina, è stata raffigurata sia in Oriente che in Occidente nelle più belle e importanti chiese che le sono state dedicate: citeremo S. Sofia di Costantinopoli, S. Sofia di Salonicco, S. Sofia di Bulgaria[8]. Va anche ricordato che la Chiesa Cattolica annovera altre sante dal nome Sofia [9]. Secondo chi scrive, la formella rappresenta l'Elemento Aria (Spirito Santo).

                                              

La formella originale, quella che fu trafugata nel 1994. Si osservi come sia molto meno consunta di quella del Sole (quella originaria): i bordi sono praticamente integri e anche la scultura sembra aver subito meno deterioramenti. Chi scrive suppone che la formella del Sole possa essere stata molto più antica di questa, che potrebbe bene aderire alla data riportata, il 1526, che non è una data qualsiasi ma coincide con quella in cui S. Sofia fu eletta patrona di Giugliano

 

La terza formella ritrae una figura femminile con il capo coperto e la lunga veste; l’espressione del volto è diversa dalle precedenti, ha infatti le labbra chiuse e rivolte verso il basso. Gli occhi non sembrano chiusi, anche se viene indicata come donna gravida dormiente. Una parola è incisa nel bordo inferiore della formella: CVMA. Una sorta di stola le cinge le spalle; la parte superiore dell’abito è liscia e aderente, mette infatti in evidenza il seno prosperoso, mentre la sottana è plissettata fino ai piedi, calzati, che appoggiano su una roccia (come S. Sofia) oppure nell’acqua (in alcuni testi si fa riferimento al lido del mare...). La mano destra è aderente all’orecchio destro o, secondo i più, la donna sta appoggiata con il gomito su una pietra (che fatichiamo a vedere) perché dorme. Come vedremo tra poco, forse prima dello smontaggio e del rimontaggio del campanile, questa formella era distesa, cioè incassata orizzontalmente e non verticalmente (questione estetica o altro?), dando certamente una diversa impressione. A noi, infatti, non dà la sensazione che la donna stia dormendo, anche perché ha l’arto inferiore sinistro avanzato, rispetto all’altro (qui l’abilità dello scultore che ha conferito questo dinamismo, come se la pietra diventasse trasparente come una stoffa leggera), come nell’atto di attendere, alleggerendo il peso del corpo. Che non sia sdraiata lo proverebbe tutta la figura:  ad esempio l’abito, che non si ripiega in alcun modo su un lato, come accade se ci si distende su un fianco, e i piedi, appaiati e poggianti su una superficie. Potrebbe essere che dorma in posizione supina ma abbiamo dei dubbi, tuttavia questa immagine potrebbe essere la risultante di rimaneggiamenti secolari di un'iconografia primigenia abbastanza diversa.

Torniamo al nome riportato in basso: CVMA. Secondo la descrizione a corredo riportata sul pannello informativo sovrastante le formelle, il bassorilievo rappresenterebbe lo stemma dell'antica città di Cuma e fu ritrovato da alcuni contadini di Giugliano (quando?). Il Comune di Giugliano adottò questa iconografia nel proprio stemma nel 1876, quando acquisì il titolo di città [10]. Chi impersonifica questa donna? Avendo visitato l'Acropoli d Cuma, e il misterioso Antro della Sibilla, il pensiero ricorre alla mitica sacerdotessa di Apollo sull'Acropoli, in estasi in uno dei suoi vaticini. In verità tutto può essere (questa non è una santa perchè le manca l'aureola) ma l'interpetazione comune è che impersonifichi la gloriosa città di Cuma, distrutta definitivamente nel 1207. Ad allora data il trasferimento del clero a Giugliano e probabilmente di tutti i reperti che erano ancora rimasti lì. Nonchè le reliquie di S. Giuliana, conservate già nella chiesa precedente a questa e, per un periodo, divenuta patrona di Giugliano, dove fu molto venerata. Secondo chi scrive, questa formella si collega all'elemento Acqua.

 

                                                   

La formella originale di CVMA. Anche questa non presenta il grado di erosione di quella del Sole e si avvicina, stilisticamente, di più a quella di S. Sophia. L'iconografia potrebbe però aver subito dei rimaneggiamenti o essere stata copiata, a sua volta, da un'immagine antica, come vedremo

 

  • La questione si infittisce di enigmi

 

In un testo, “Ragioni delle Università dei pretesi casali di Aversa contra la Città di Napoli e di Aversa” (Attuario D. Michele Guerra, 1801), viene offerta una descrizione della disposizione delle formelle molto diversa da quella attuale: la prima (partendo da sinistra o da destra?) sarebbe stata quella della donna gravida dormiente (CUMA); al centro si trovava la formella del Sole e quindi quella di S. Sofia[11]. Una disposizione che, nel rimontaggio del campanile, non sarebbe stata rispettata e su questo andrebbe approfondito da parte degli studiosi locali. Noi lo accenniamo soltanto, perché ci siamo imbattuti in questa notizia (interessante) svolgendo la ricerca. Altro enigma: un’immagine del 1888, un paio di anni prima dello spostamento della torre campanaria, mostra la formella di destra murata in orizzontale e non in verticale [12]! Di quale formella si trattava? Quella della donna dormiente? E perché non è più stata mantenuta quella posizione? Tra i diversi testi in cui ci siamo imbattuti, c'è un volume del 1845 (sempre antecedente allo spostamento del campanile) intitolato “Da Napoli a Procida passeggiata”, di G. B. Bazzoni, Milano, 1845 (II Edizione). A pagina 66 l’autore riferisce che non sono pochi, a Giugliano, i ruderi provenienti da Cuma e ricorda i tre classici affissi al campanile della chiesa Collegiata di S. Sofia; li descrive iniziando proprio dalla donna pregnante che giace al suolo dormendo, col motto inciso intorno Cumana Progenies. Non ci dice se la formella fosse collocata in orizzontale o in verticale ma la frase indica in sé una posizione: “giace al suolo dormendo”. Se la formella fosse stata in orizzontale, avrebbe dato meglio l’impressione che il soggetto giacesse al suolo dormendo ed è quindi probabile che l’autore così l’abbia vista, distesa (supponiamo). Ma c’è un dettaglio che non esiste nella formella attuale: quel Cumana Progenies, essendovi scritto soltanto CVMA. Come stanno le cose? Il Bazzoni vide con i suoi occhi le formelle o le descrisse “per sentito dire”? Il sospetto cresce se si passa al passo seguente, in cui l’autore descrive la seconda formella, quella di S. Sofia, contornata dalla scritta Populus Cumanus hic sperat in Divam. Non solo la frase è riportata nell’ordine sbagliato (quello corretto è Cumanu Populus hic sperat in Divam), ma l’iscrizione non si trova su quella formella, bensì su quella del Sole! Il Bazzoni indica quest’ultima formella (Sole) per terza (dipende comunque da dove si comincia a “leggerle”, queste formelle, da destra o da sinistra) e ciò è in contrasto con quanto scritto nel 1801, dove la formella del Sole figurava centralmente. E’ questione di confusione o qualcosa non torna proprio? Il Bazzoni dichiara che il Sole è in memoria di Apolline (Apollo), antico nume tutelare di Cuma. Quindi ci informa che il campanile doveva essere abbattuto: “Bellissimo è questo campanile terminato nel 1785 su disegno del celebre architetto Nicola Campitelli; e purtroppo è a dolere che dopo appena un secolo per ragione dell’allargamento del Corso Campano siasi approvata la demolizione di questa che va tra le principali opere moderne di quella città” (Bazzoni, cit.). Per fortuna non si procedette nella delibera e si optò per lo smontaggio e il rimontaggio, avvenuto nel 1890  dov’è attualmente.

In un altro libro, "Scola di canto fermo", del sacerdote Fabio Sebastiano Santoro della terra di Giugliano (Napoli, 1715), si afferma che gli antichi Cumani, nella loro trasmigrazione a Giugliano, "condussero una lapide che fino al dì d'oggi si vede nell'antichissimo campanile di Santa Sofia, in cui è scolpita una donna gravida, che giace dormendo, forti per dimostrare esser li medesimi gli asupici dell'antica Cuma, e del nuovo Giugliano e che per non scordarli dell'origine di quella, erigessero questo sotto il medesimo originale. Indi ancora portarono l'effigie del Sole di cui era adoratore quel popolo, allora gentile [13] una lapide che, per risvegliare le memorie dell'antichità, sta riposta nel prospetto del medesimo campanile, con attorno quella cattolica iscrizione allusiva all'altra immagine di S. Sofia fraposta in mezzo a quella del Sole e della donna pregnante, nell'anno 1526". Dunque, questo autore, che era proprio di Giugliano e vide il campanile precedente a quello attuale, definendolo "antichissimo", ci informa di parecchi dettagli utili, come abbiamo appena letto. In un passo precedente dice che è sua convinzione che la lapide (formella) o perlomeno la figura della donna gravida ritrovata dormendo nel lido del mare dai primi fondatori di Cuma, servì loro di prospero augurio per ivi innalzare una città. Ecco che, dovendo abbandonare la città stessa molti secoli dopo, si sarebbero portati appresso la scultura [14], per propiziare la nascita della nuova città in cui si stabilirono, Giugliano. Veniamo inoltre a sapere che le formelle dovevano essere due (la donna gravida e il Sole) e che nel 1526 fu frapposta ad esse la formella di S. Sophia. La disposizione che il Santoro vide nel 1715 è la stessa che vediamo oggi ed egli correttamente riferisce che l'iscrizione alla "divam" contornava la formella del Sole (com'è veramente) e la riferisce allusiva all'immagine di S. Sophia, perciò è lecito ritenere che l'scrizione stessa sia stata incisa quando la formella della santa venne murata nel campanile. L'iconografia pagana del Sole/Apollo fu quindi sincretizzata dal clero cumano poi trasferitosi a Giugliano e cristianizzata con l'apposizione degli angioletti (probabilmente) e della scritta in onore di S. Sophia, Sapienza Divina. Resta il mistero delle curiosità e incongruenze riportate da altri autori e che abbiamo illustrato a titolo rappresentativo, non potendo svolgere un lavoro esaustivo. Ogni comunicazione atta a fare luce sulla questione sarà comunque gradita!

 

  • Considerazioni conclusive

 

Un ulteriore elemento di riflessione ci è posto dalla descrizione contenuta nel Pastore di Erma (seconda metà del II secolo d.C.), scritto presumibilmente da Erma (120-140 d.C. cicrca) il quale, parlando delle prime tracce della penetrazione del cristianesimo a Cuma, racconta di avere avuto l'apparizione (oltre che di un Angelo-Pastore, simbolo di Penitenza) di una donna, una veneranda matrona (identificata poi con la Chiesa) che gli avrebbe consegnato un testo da leggere ai presbyteroi della comunità cumana. Reminescenze di questa memoria potrebbero aver fatto sì che, trasferitosi clero e capitolo da Cuma a Giugliano, vi fosse bisogno di rimarcare il primato della Chiesa Cattolica Romana sugli antichi culti pagani: il Sole, che li rappresentava emblematicamente, nella formella venne contornato dalla scritta "Il Popolo cumano che spera nella divina" (Sapienza), quindi pentito e redento nella nuova speranza di vita (la Chiesa come Corpo Mistico di Cristo, la Madre Universale.

Iinfatti la chiesa precedente era intitolata al Corpo di Cristo). Questa potrebbe essere incarnata dalla formella di S. Sophia/la Sapienza, con il libro chiuso nella mano, allusione a quello dato a Erma per evangelizzare i presbyteroi [15] di Cuma? La formella della donna gravida, accettando il racconto del già citato Santoro, potrebbe ricalcare l'antica immagine della donna pregnante sdraiata, trovata sul lido di Cuma da quelle antiche genti e considerata di buon auspico per la fondazione della città. Fu forse associata ad una divinità matriarcale legata al culto delle acque. In epoca cristiana, l'antica effigie venne probabilmente sincretizzata e associata ad una santa cristiana, forse S. Giuliana, cui la cattedrale di Cuma era dedicata (insieme a San Massimo)? Quando Cuma venne totalmente distrutta nel 1207, gli abitanti superstiti e il clero giunsero nell'agro giuglianese: l'immagine sacra avrebbe assunto lo stesso significato beneaugurale per la fondazione della nuova Chiesa (diocesi). Si tratta di narrazioni, leggende, supposizioni ma ci ha colpito un fatto: fino al 1207 la patrona di Giugliano era S. Anna; con l'arrivo del culto di Santa Giuliana, quest'ultima prese il sopravvento. Doveva godere di grande venerazione, più di una santa, Anna, citata nei Vangeli e nonna di Gesù. Ciò ci induce a ipotizzare che la formella possa alludere alla primigenia immagine sacra di Cuma ma successivamente in qualche maniera fu legata a Santa Giuliana, patrona delle partorienti. Generalmente la santa è raffigurata con il demonio sotto di lei, che tiene incatenato (il demonio le apparve sotto forma di angelo per allontanarla dalla fede, che invece in lei prevalse). Il demonio indica anche le eresie o i culti pagani, come sappiamo e dunque Santa Giuliana, in tale ottica, bene interpreta lo spirito ecclesiastico cristiano. Dal 1207, anno del suo arrivo a Giugliano, S.Giuliana divenne la patrona principale della città ed è ancora oggi festeggiata il 16 Febbraio. In seguito prese il suo posto S. Sofia: un passaggio di testimone avvenuto per volontà di popolo nel 1526.

  • Per chiudere questa lunga disamina, un'altra curiosità. Se si osservano le immagini degli originali, notiamo che vi erano due tasselli per ciascuna formella, a metà circa delle figure scolpite, uno per parte. Tasselli che erano stati posti per nascondere i fori occupati da ganci, probabilmente (come sembra indicare la formella del Sole, che è l’unica a consentire di vedere una specie di anello metallico). A cosa servivano quei ganci?

          

                                 

 

  • Proseguimo ora i nostri due passi alla scoperta di altri territori dei Campi Flegrei...

 


[1] Fertile pianura nord-occidentale dell'entroterra napoletano, al confine con il casertano a settentrione e con i Campi Flegrei a meridione, dove si estende per circa tre Km il suo litorale sabbioso che va dalla Marina di Varcaturo a Licola Mare

[2] Il campanile avrebbe cambiato ubicazione in due occasioni, la prima volta nel 1789 per arretrarlo rispetto al palazzo baronale, successivamente nel 1890 per porlo di fianco alla chiesa al fine di liberare il percorso stradale di Corso Campano (Arturo Dalterio, considerazioni Archivio Giuglianese, Storia, Arte, Cultura e Territorio, pagina FB ufficiale, 23/09/2015)

[4] Arch. Francesco Russo, “La Fabbrica di Santa Sofia a Giugliano”, v. link)

[5] http://ec2.it/pippopirozzi/projects/226928-pietro-pirozzi-piazza-matteotti-a-giugliano

[8] http://www.santiebeati.it/dettaglio/72450.

[9] Ad esempio Santa Sofia di Fermo, che si festeggia il 30 Aprile; S. Sofia martire ricordata con S. Irene (18 Settembre; una S. Sofia vergine è ricordata il 15 Aprile; la venerabile Barat, fondatrice delle Suore del Sacro Cuore, il 25 maggio; un'altra, che subì il martirio in Egitto, il 4 giugno;  una santa vergine siciliana, patrona di Sortino, il 23 settembre

[11] Arturo Dalterio, considerazioni in Archivio Giuglianese, Storia, Arte, Cultura e Territorio, pagina FB ufficiale, 23/09/2015

[12] ibidem

[13] Pagano

[14] Rimaneggiata o copiata nel tempo per conservarla, aggiungiamo noi...

[15] Tale termine, nel testo originale in greco, indicava coloro cui era affidato il governo della comunità, quindi degli investiti di dignità sacerdotale