Il Monastero di Astino

                         Riaperto al pubblico il gioiello abbandonato di Bergamo

                                                           (Marisa Uberti)

 

                     

 

Per chi ancora non lo sapesse, l'ex monastero di Astino ha riaperto le sue porte e lo ha fatto in grande stile. Si tratta di un pezzo fondamentale per la storia dell'ultimo millennio di Bergamo e vederlo decadere anno dopo anno era una spina nel fianco per tutta la popolazione locale, ma anche per tutti gli amanti della cultura non bargamaschi.

Dal 1 luglio e fino al 30 ottobre 2016 è possibile ripercorrerne le vicende che lo hanno interessato, dalle origini (nel lontano 1107) fino ai giorni nostri, attraverso una mostra allestita nei locali conventuali. Contemporaneamente è accessibile al pubblico una vasta porzione restaurata del complesso, le suggestive cantine, il bel chiostro cinquecentesco, gli scavi ancora in corso nell'area medievale, nonchè la chiesa del Santo Sepolcro, che era già stata aperta alle visite dallo scorso anno, come una parte del monumentale convento. Oltre alla cultura, i visitatori possono usufruire di un elegante bistrò con vista sui chiostri e di una vasta area di ristorazione, con panorama sulle verdeggianti colline che circondano la Valle di Astino.

Tutto questo è stato possibile grazie all'opera della MIA, la Fondazione della Misericordia Maggiore (nata come Consorzio nel 1265), che nel 2007 ha acquistato sia il complesso conventuale che alcune pertinenze terriere. In tal modo ha potuto sottrarre il glorioso monastero dall'oblio in cui era decaduto e con un cospicuo investimento economico dare avvio alle prime operazioni di restauro, che continuano tutt'oggi e che hanno restituito notevoli sorprese. Sono in corso lavori di recupero anche nell'antico hospitale situato di fronte all'ingresso della chiesa del S. Sepolcro, che era stato lasciato in completo stato di abbandono.

 

                          

          L'ex hospitale, ingabbiato prima dell'avvio dei restauri (in corso), 2015

 

  • Una storia lunga quasi mille anni

 

Sul luogo dove sorse il monastero di Astino si trovava, nel 1107, una vigna di proprietà di un orefice, tale Bonifacio, che la vendette a Pietro di Giovanni Celsone di Bergamo; in quell'anno il notaio Arnaldo e il suo collega Lanfranco redassero un atto in cui tale Giovanni Capra di Mozzo concede dei terreni per il "futuro monastero di Astino" che, nel 1111, era già in essere, perlomeno come piccola comunità istituzionale e aveva già un proprio nome, Sancti Sepulchri. Questo titolo risentiva sicuramente della prima Crociata e cominciava ad attirare simpatie da parte della popolazione, tanto che in breve Astino divenne il primo monastero di Bergamo, città che andava configurandosi come libero Comune. Nel 1117 un violento terremoto sconvolse tutto il nord Italia e anche il capoluogo orobico non venne risparmiato; la popolazione - in preda al panico- iniziò a fare donazioni agli enti religiosi "pro-anima", cioè per avere la salvezza della propria anima ma anche per legare la propria memoria terrena ad un atto che sarebbe passato alla storia. Troviamo, tra i benfattori, le famiglie bergamasche più in vista, ma anche privati meno abbienti e vescovi o prelati. Anche il monastero del S. Sepolcro ricevette molte donazioni e cominciò a diventare ricco e potente, ad esercitare notevole influenza culturale, politica e sociale. La "casa-madre" era quella di Vallombrosa, sede di una storica abbazia non lontana da Firenze in Toscana. I monaci erano fedeli alla regola di San Benedetto e a capo della comunità vi era un abate, che gestiva in prima persona non solo tutti i beni, patrimoni e riscossione delle decime dovute al cenobio ma anche i beni dell' hospitale ad esso annesso e che era stato fondato nel 1156. Tale istituto era la norma nel Medioevo; gli hospitali sorgevano generalmente sulle direttrici di pellegrinaggio ad opera di ordini religiosi o monastico-cavallereschi (come Templari, Giovanniti, ecc.), ma quello di Astino era un Consorzio retto da una confraternita laica di matrice religiosa ("cattolici della città di Bergamo") che distribuiva elemosine ai poveri. Nel 1305 il Consorzio venne ceduto alla MIA con relative terre e diritti; probabilmente c'era aria di crisi nell'amministrazione...

 

 

                              

"Reliquia sanctorum", si legge su un piccolo vano ligneo dietro l'altare della chiesa del S. Sepolcro. Vi si custodivano i reliquiari contenenti le reliquie dei santi. E' possibile che i pellegrini giungessero ad Astino anche per una reliquia molto importante della cristianità, sulla quale c'è sempre stato mistero?

 

Nel 1403, dopo un periodo di pestilenze, carestie, difficoltà fiscali, il monastero divenne "Commenda". affidato ad un religioso estraneo al monastero stesso, che poteva anche gestirlo malissimo, perlomeno inizialmente, come infatti le cronache attestano. Nel Cinquecento il cenobio conobbe luci e ombre, ricostruzioni e profanazioni. Alla fine di quel secolo, tuttavia, il cantiere di Astino poteva dirsi brillantemente concluso, con grandi opere pittoriche nella chiesa, la creazione del chiostro che collegava la chiesa con il refettorio dei monaci (sacrificando quello medievale?), la rifinitura delle parti vecchie, l'erezione della torre angolare.

 

                                       

 

Colpito da interdetto (1606), il monastero venne abbandonato temporaneamente fino al 1609, quando 12 monaci Vallombrosani lo ripopolarono. Ma nel 1630 la peste entrò biecamente tra le mura monastiche. Potenzialmente al riparo tra le possenti mura, i monaci potevano esserne immuni ma uno di loro volle andare a portare conforto alla madre morente, in città, e venne contagiato. Senza saperlo, rientrando nella comunità portò con sè il morbo, che decimò i presenti tanto che nel 1659 erano soltanto 11 i monaci rimasti.

Nel 1769 il monastero fu separato dalla Congregazione di Vallombrosa e nel 1792 fu privato di ogni autonomia amministrativa e spirituale. Un durissimo colpo! Ma il peggio doveva ancora venire: nel 1797 Napoleone decretò che tutti i luoghi di culto che non fossero parrocchie venissero soppressi, ma lasciò alla Municiplaità di Bergamo di decidere quali, tra quelli benedettini. Dopo aver valutato opportunisticamente quale avrebbe fatto incamerare più danari, il Comune scelse di far morire quello di Astino, che andò incontro ad una trasformazione netta, diventando sede di un ospedale psichiatrico dal 1830 al 1892, poi usato dai contadini come deposito di legna e fieno. Nel 1900 divenne sede della prima Cantina Sociale Bergamasca; nel 1909 si tentò di convertire i locali monastici in aree residenziali e agricole. L'ala orientale si avviò verso la demolizione. Soltanto l'intervento della Soprintendenza Territoriale fermò la distruzione della "Torre di Guala", sul lato est, dove si conservavano tra l'altro preziosi manoscritti. Nonostante ciò, la parte claustrale orientale venne demolita; il chiostro perdette così il suo lato più antico e cambiò per sempre la visione d’insieme. I recenti scavi (ancora in corso) hanno riportato alla luce resti delle fondazioni e murature, canalizzazioni idriche, dei pozzi e una cisterna, una vasca circolare, frammenti di pavimentazione e un lastricato.

 

Tutta la porzione del chiostro posta davanti alla medievale  "Torre di Guala" fu demolita per i nuovi lavori dell' "Ospedale dei Pazzi di Astino", come veniva descritto nei disegni di progetto dell'architetto Bianconi (eseguiti tra il 1830-1832). Il "manicomio" ricalcò, per il resto, le strutture esistenti, anche se con le dovute modifiche, dovendo infatti rispettare innovativi principi terapeutici ed igienici

 

Triste destino toccato a molti luoghi che ci è capitato di visitare in tanti anni di ricerche! Ma per Astino non tutto fu perduto e se oggi siamo qui a visitarlo e a parlarne è perchè non solo rimangono le memorie scritte ma anche gran parte degli edifici, che ci raccontano della sua storia, dei suoi travagli, della sua grande importanza nella società religiosa e civile di un passato non troppo remoto.

 

  • Intraprendenti monaci

 

La Comunità di Vallombrosiani nel monastero di Astino deteneva vaste proprietà terriere, agricole, un mulino, ecc. I monaci potevano disporre, nei loro confini, di una cava di arenaria usata a scopi edilizi (oggi fuori dal confine della proprietà), della Roggia Curna, della "Cascina dell'Allegrezza" (e il Castello dell'Allegrezza aveva a che fare con loro?). Disponevano poi di una miniera di Marna da cemento, della Cascina dell'Ospedale e del Consorzio dell'Ospedale stesso. Al di fuori della città i monaci, nel periodo di massimo splendore (XIII - XIV secolo), acquisirono ampi possedimenti in pianura tra Brembo e Serio, nelle Valli (Brembana e Imagna e imbocco della Val Seriana). I monaci erano inoltre abili in variegate attività e di questo beneficiarono i cittadini, che conobbero un periodo di rinnovata civilizzazione e benessere. In particolare, la Comunità religiosa  provvide alla canalizzazione delle acque iniziata nella Valle di Astino già nel 1156 e grandemente sviluppatasi tra XV e XVI secolo con la realizzazione del Canale del Pomperduto che dirottava le acque dal fiume Serio al ponte di Gorle fino ad irrigare ampie porzioni terriere vallombrosane nella Bassa bergamasca.

 

     

La Sorgente  "dell'Acqua Morta" (lungo via S. Sebastiano), molto antica, già attestata in documenti del 1158 e ancora visibile, faceva parte dell'Acquedotto di Sudorno e riforniva di acqua il monastero di Astino

 

  • Il mistero della Biblioteca

 

Un monastero così ricco e potente come fu Astino nel suo periodo più fulgido, pare proprio strano che tenesse una Biblioteca disordinata e soprattutto non avesse un apposito locale dove conservare incunaboli, manoscritti e volumi. Ma questo appare rispondere a verità perché nel 1644 l’abate Guiducci decise di porre mano alle pergamene detenute nel suo cenobio e trovò cose pazzesche! I libri risultavano dispersi in più punti del monastero, molti erano rosicchiati dai topi e dalla polvere, comprese le Sacre Scritture. Non erano catalogati, ma riposti in ordine sparso in cassoni di legno, che l’abate ebbe cura di estrarre fuori, suddividere per genere (Indulti, Ducali, Decreti, Scomuniche, Donazioni, Privilegi, e via dicendo) e inventariare. Classificò ciascun argomento contrassegnandolo con una lettera dell’alfabeto e numeri a lato. Costituì, di fatto, il primo vero Archivio del Monastero di Astino, che è in parte giunto fino a noi e che rappresenta la sua memoria storica più importante. Ciò che ancora sfugge è la “Camera del Dormitorio” dove l’abate ripose i volumi catalogati, di fatto costituendo una Biblioteca apposita.  La situazione trovata dall’abate Guiducci nel 1644 doveva durare da almeno 150 anni, dall’inizio del 1500, più o meno. Nel 1601 era stato effettuato un inventario dalla Sacra Congregazione dell’Indice, da cui risultavano 558 volumi censiti, che erano tantissimi. Il motivo si deve attribuire al fatto che il Monastero di Astino era fucina di intellettualità indiscussa perchè era attivo uno dei centri di studio principali della Congregazione Vallombrosana, perlomeno dalla II metà del XVI secolo.

Dalla catalogazione apprendiamo che nel cenobio vi erano testi della Tradizione Patristica (Agostino, Basilio), testi teologici (Tommaso d’Aquino, su tutti), trattati di dogmatica, mariologici, di esegesi biblica. Copie della Bibbia, testi liturgici, il Breviario Romano, i Decreti del Concilio di Trento e il Nuovo Catechismo. Ma (non sorprendiamoci perché l’abbiamo visto anche altrove) i monaci detenevano anche libri a carattere laico, perché parte integrante del Sapere: Aristotele, Averroè, Omero, Terenzio, Cesare, Orazio, Ovidio, Virgilio, Silio Italico, Svetonio, poi Dante, Petrarca, Giovanni Della Casa, Torquato Tasso. Erano presenti grammatiche per lo studio di molte lingue: caldea, ebraica, greca, latina, volgare; collezioni di diritto canonico e civile, alcuni libri sulle pratiche mediche e un paio di trattati sugli Esorcismi.

I monaci avevano uno Scriptorium, dove producevano i manoscritti, anche se ne restano pochi, come il n. 99 della Biblioteca del Clero di S. Alessandro in Colonna di Bergamo, dai contenuti molto importanti: elenco degli Abati, consacrazioni degli altari con date, ecc., un calendario, elenco delle reliquie presenti nel monastero e il cosiddetto “Necrologio di Astino” del XIII secolo. Documento, quest’ultimo, dal valore immenso perché fornisce le indicazioni di tutti i componenti della famiglia di Vallombrosa, canonici, conversi e laici.  L’anonimo scriba che lo redasse fece un’opera incredibile di reperimento delle fonti varie ma di cui non si conosce l’esatta provenienza; caso più unico che raro, fu una sola mano a compilarlo, per una prassi rituale e liturgica (un vero e proprio “archivio per l’aldilà”).

 

 

Se oggi si possono ricavare queste preziose informazioni è perchè, dopo la soppressione del 1797, l'Archivio del Monastero fu incamerato dal Comune e, insieme ad altri beni che erano appartenuti al cenobio, assegnato all'Ospedale Maggiore di Bergamo. Dal canto suo, quest'ultimo nel 1864 donò il Fondo di Astino e altre importanti pergamene alla Biblioteca Civica "Angelo Mai". Una parte consistente di documenti rimase presso l'Ospedale Maggiore che, in tempi recenti, le ha donate all'Archivio di Stato di Bergamo.

Come si può immaginare, non tutto è comunque pervenuto perchè, dopo la soppressione napoleonica, alcuni documenti vennero trafugati, ceduti, acquistati da privati. Alla Biblioteca del Clero di S. Alessandro in Colonna si trovano dei preziosi Codici Membranacei, e presso altre Istituzioni cittadine si trovano altri documenti (Archivio Storico della MIA, Archivio Storico Diocesano, Archivio di Stato, Biblioteca Civica Angelo Maj). A MIlano ne sono confluiti altri presso l'Archivio di Stato e l'Archivio della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici; altri ancora presso l' Archivio Generale dell' abbazia di Vallombrosa in Toscana (casa- madre di Astino) e nell'Archivio di Stato di Firenze.

Risultano di grande utilità anche le fonti secondarie (testi a stampa sulla Storia della Chiesa di Bergamo, redatte da vari Autori, la letteratura artistica, le guide topografiche, i volumi agiografici...

 

  • La chiesa e i locali annessi

 

L’attuale edificio risale al 1710 ed è in stile neoclassico. Tuttavia la sua forma originaria era quella di una chiesa con facciata “a capanna”, in pietra, con ingresso centrale e rosone sovrastante. Aveva unica navata terminante in un'abside semicircolare e strette monofore tipiche del romanico puro. Due absidiole laterali vennero realizzate nel 1140 e l'edificio intero venne elevato in altezza. Dalla chiesa si accedeva direttamente al portico coperto o chiostro, disposto perpendicolarmente sul lato orientale. Dietro l'abside, all'esterno, si trovava un cimiterino. Dal 1140 a tutto il 1200 il cenobio conobbe una splendida fioritura e si ampliò anche architettonicamente. La struttura murata, tipica di un fortilizio, indica che era equipaggiato a difendersi.

Nella chiesa del S. Sepolcro (braccio destro del transetto) sono venute alla luce due sepolture appartenenti ad altrettanti vescovi medievali: Gregorio (morto assassinato nel 1146) e Algiso da Rosciate, che visse in un'ala del monastero dopo aver rinunciato alla sedia epicopale bergamasca, venendo poi sepolto nel 1267 nella chiesa. I due prelati vennero risepolti insieme, in due loculi appaiati. In una delle sepolture sono state trovate le ossa incrociate a forma di X, forse con scopo scaramantico.

 

          

 

In quella stessa ala del convento medievale (situata a oriente) era stato ospitato il beato Guala di Brescia, esiliato dalla sua città nel 1239. Il domenicano rimase nel cenobio di Astino fino al 1244, vivendo nella splendida costruzione (detta "Palatium") che porta il suo nome. La Torre del beato Guala è tra i primi esempi di gotico in bergamasca e venne realizzata dopo poco che il deposto vescovo arrivò nel monastero o sotto la sua stessa direzione. Non è ancora visitabile al suo interno ma si sa che vi si trova una Cappella un antico affresco forse legato alla leggenda del passaggio di San Francesco d'Assisi a Bergamo e il suo soggiorno ad Astino nel 1220 circa. Il beato Guala venne sepolto nella chiesa di Astino, davanti all'altare di S. Martino come da sua volontà testamentaria; nel 1623 le spoglie vennero traslate nella Cappella degli Evangelisti e lì rimasero anche quando il cenobio venne soppresso. Soltanto nel 1896 si provvide a trafserirle nel convento domenicano Matris Domini, dove ancora si trovano.

Tra XIV e XV secolo il monastero assunse una pianta imponente, con la parte claustrale che formava un grande cortile centrale, aveva un brolo e un cimitero si trovava nel sagrato, sul quale nel XV secolo venne eretta una Cappella dedicata alla Vergine e una fontana detta "della Samaritana", voluta dall'abate Silvestro. Al contempo venne realizzata sul lato nord della chiesa una Cappella del S. Sepolcro, per la redenzione dei pellegrini, che fu usata poi come luogo di sepoltura, come hanno appurato gli scavi. La Cappella era orientata sull'asse E-O e ne restano porzioni perimetrali sotto l'attuale scalinata di accesso. L'abate Silvestro fu una figura di spicco per il monastero di Astino e sua è la lapide sepolcrale che si ammira nel porticato della Chiesa attuale, montata su appositi supporti, a sinistra dell'ingresso. Ma l'epigrafe centrale è un riutilizzo di età romana, risalente al I sec. d.C.!

Con i venti del Rinascimento, l'architettura chiesastica e claustrale venne modificata e adeguata ai nuovi gusti stilistici (demolizione del bel campanile romanico e ricostruzione della nuova torre campanaria, creazione delle cantine, del nuovo Refettorio, di nuove Cappelle nella chiesa, di nuovi affreschi...). Dell'epoca cinquecentesca rimane il lato sud, che fu completato nel 1576. E' caratterizzato da 8 archi a tutto sesto sorretti da colonne sormontate da raffinati capitelli in arenaria grigia. Dai portici si accedeva ai locali monastici (chiesa, sacrestia, refettorio, Sala Capitolare, ecc.).

 

 

 

Nel 1609-1611 si realizzò una delle eccellenze architettoniche del convento, il fronte sud del chiostro, con la Torre angolare. Sui capitelli delle colonne compaiono gli stemmi della Congregazione Vallombrosana. Il resto lo abbiamo già accennato nella "storia del monastero", che andò incontro, dal 1798 al 2007, a trasformazioni, distruzioni, abbandono e degrado.

Attualmente, una lunga scalinata conduce all’ingresso della chiesa del S. Sepolcro, preceduto da un nartece (portico colonnato) a tre archi ben lavorati (I capitelli e le colonne forse recuperano parti trecentesche). Superiormente riconosciamo cinque spazi scanditi da lesene e due belle nicchie che ospitano due statue: la prima è di San Giovanni Gualberto (fondatore dei Vallombrosani) e l’altra è di San Benedetto con la “Regula” stretta saldamente nella mano destra. Sotto la prima statua vi è una finestra cieca, mentre sotto la seconda vi è una finestra che illumina la navata.

 

 

Quest’ultima è unica e si innesta su un transetto, formando una T (croce commissa). Dove oggi c’è l’incrocio tra i due, creando il presbiterio, un tempo si elevava il campanile aggregato al corpo di fabbrica; il monumento fu ricostruito sul lato meridionale nel 1579. L’interno della chiesa ha sei altari, tutti entro Cappelle, eccetto quello Maggiore. Ai lati estremi del transetto stavano, rispettivamente, a destra la tomba del Beato Guala (Cappella di San Martino, 1625) e la Cappella degli Evangelisti (1622), affrescata. La prima cappella a sinistra, entrando, è quella del Santo Sepolcro, che ha subito diversi rifacimenti. La volta della navata è a botte, mentre il presbiterio l’ha a crociera. Sulla volta si osservano gli affreschi dello Zucco (1625).

Dopo 200 anni che nessuna Messa veniva più celebrata nella chiesa del S. Sepolcro di Astino, il 31 ottobre 2012 essa è stata solennemente inaugurata. Attualmente è aperta alle visite il sabato e la domenica o per eventi speciali.

 

  • La mostra

La mostra è intitolata "Il Monastero restituito. Astino, la storia,  il restauro, le opere ritrovate" ed è aperta tutti i giorni (tranne il lunedì) dalle 10 alle 22, permettendo in tal modo anche a chi lavora di poterla visitare in orari in cui normalmente musei e mostre sono chiusi, cioè la sera. La mostra è allestita in vari locali dell'ex- monastero, che è dunque possibile visitare. Si rimane sorpresi da ciò che rimane, che può sembrare poco ma è veramente eccezionale, considerando le onte subite da questo complesso negli ultimi secoli e lo stato di completo abbandono in cui ha versato per un intero secolo. L'anti-refettorio ospita una postazione per la proiezione di un video immersivo dal titolo "Raccontami di Astino", con effetti 3d a cura di Adriano Merigo. Il documentario consente di apprendere dalla voce narrante la storia del convento fin dalle sue origini. Un grande affresco, entro una bella cornice, è presente nella sala e illustra l'episodio cruciale della vita del fondatore dei Vallombrosiani, il fiorentino Giovanni Gualberto (995 ca.- 1073). Suo fratello era stato ucciso ed egli, secondo la prassi allora vigente, doveva vendicarlo uccidendo il responsabile ma quando lo trovò, questi si inginocchiò e incrociò le braccia in forma di croce, domandano pietà. Giovanni gettò allora la spada e lo perdonò, ma non solo: si recò presso il monastero di San Miniato, dove -immerso nella preghiera- avrebbe avuto una visione, in cui Cristo, dal crocifisso, gli faceva un cenno di approvazione con il capo. Giovanni si fece monaco e intese vivere la propria spiritualità combattendo la simonia e il nicolaismo ma, scontrandosi con poteri molto forti, finì col ritirarsi in ascetismo. Peregrinando con alcuni seguaci, si fermò a Vallombrosa, che si chiamava Acquabella. Da lì ebbe inizio la successiva Congregazione Vallombrosiana che, estendendenosi verso il Nord Italia, fondò numerose comunità cenobitiche sulla Regola Benedettina (nei pressi di Piacenza, Parma, Brescia e quindi Astino a Bergamo).

 

                                          DIpinto nell'anti-refettorio

 

Nella sala è poi presente un elegante lavabo in arenaria, in cui i monaci facevano le abluzioni prima di recarsi nell'attiguo Refettorio, un'ampio salone con vista panoramica sui colli. Doveva essere affrescato su ogni parete; oggi purtroppo restano lacerti di pitture parietali e diverse scritte su strati di intonaco posteriori. Tra questi graffiti e incisioni, abbiamo trovato un grande Nodo di Salomone. Probabilmente, accanto ve n'è più d'uno. Lo strato di intonaco su cui si trovano le incisioni sembra essere l'ultimo posato, quindi il NdS non dovrebbe risalire al tempo in cui i monaci soggiornavano nel Monastero, ma dopo il loro allontanamento, forse quando i locali facevano parte dell' Ospedale Psichiatrico o in periodi intercorrenti.

 

                             Il simbolo è stato rilevato dalla scrivente il 6/07/2016

 

La mostra presenta pannelli informativi sui lavori di restauro che hanno interessato il complesso, dai tetti agli affreschi. L'immenso lavoro è condensato in fotografie, relazioni dei ritrovamenti, confronti di stiuazioni precedenti ai lavori e i risultati ottenuti. Apposite ‘docce sonore’ permettono un ascolto localizzato di audio evocativi nei quali la voce di un “antico monaco” guida il visitatore alla scoperta dei capolavori restituiti.  Non moltissimi ma interessanti i reperti esposti, provenienti dalle aree indagate e scavate. Una vetrina è dedicata alle reliquie, come quelle di Giovanni Gualberto (il fondatore dei Vallombrosani), conservate in un ostensorio ambrosiano, un reliquiario d'argento di bottega lombardo-veneta (1685). Si tratta di un osso estratto nel 1580 dalla tomba del Santo (sepolto nell'abbazia di Passignano, in Toscana) che veniva esposto ai fedeli il 12 luglio, giorno della festa del santo. Sulla sommità si erge la figura di Giovanni vittorioso sull'eresia, impersonificata da Satana. Tutte le parti in metallo dei reliquiari sono state anch'esse sottoposte a restauro. I sigilli di autenticazione sono stati rimossi dopo autorizzazioni e benedizioni vescovili, quindi risistemate a regola d'arte.

E ancora, ecco in mostra anelli, fibule, monete, materiale fittile, ricostruzioni, e il racconto della ripulitura dei dipinti scuriti dall'ossidazione. Innumerevoli pezzi di un mosaico che raccontano "tante storie" succedutesi in questo monastero che oggi possiamo visitare ma che nel 2009- quando venne valutata la possibilità di restauro- sembrava impresa quasi impossibile, per le precarie condizioni in cui versava. Ma la MIA ci ha creduto e a nostro modesto parere va elargito un grazie, anche perchè mostra e visita del complesso sono del tutto gratuiti. E forse si deve ringraziare anche la misteriosa forza delle pietre di questo luogo, che non ha voluto cedere, non ha voluto arrendersi all'oblio, avendo ancora molto da dire, restituendo memorie sepolte.

Venite, dunque, voi che leggete, ad ammirare il miracolo compiuto dai restauratori e vedrete con i vostri occhi, anzi con i vostri sensi, perchè Astino non è solo da "vedere" ma è da "sentire", per quanto l'affronto del tempo e l'incuria degli uomini abbiano remato contro la sua conservazione.

 

(Autrice: Marisa Uberti. Vietato riprodurre o copiare testo e immagini senza autorizzazione e/o citazione delle fonti)

 

                                                            

 

Bibliografia:

  • Astino, Monastero della Città. 750 anni nella storia di Bergamo, testo di Gianmarco de Angelis, Fondazione MIA, Bolis Edizioni, febbraio 2015, Bergamo
  • Pannelli in loco allestiti per la mostra Il Monastero restituito. Astino, la storia,  il restauro, le opere ritrovate (fino al 30 ottobre 2016, Monastero di Astino). Sito web ufficiale della mostra

Galleria foto: Monastero di Astino

Argomento: Monastero di Astino

Astino

Barbara 11.07.2016
Che bello! Grazie,andrò a vedere!

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